1. Events

Il Custode Dimenticato

Sylion Brightflame si fermò sulla cima di una collina, lo sguardo perso nell'infinito mare di alberi di Elentirë. Una brezza leggera gli scompigliava i capelli, portando con sé il profumo della terra umida e il canto lontano di uccelli invisibili. Aveva viaggiato per settimane, guidato da un richiamo misterioso, un sussurro nel profondo della sua anima. Da quando, nella biblioteca di famiglia, aveva sfiorato quel libro dalla copertina anonima, la sua vita era precipitata in un vortice di sogni vividi e inquietanti.  Non più semplici incubi o fantasticherie, ma frammenti di realtà ignote, echi di battaglie epiche combattute su terre leggendarie, i nomi di eroi dimenticati impressi a fuoco nella sua mente. Eppure, ogni visione terminava nello stesso modo: un'oscurità gelida, un vuoto in cui ogni risposta si dissolveva in un silenzio agghiacciante. Si lasciò cadere su un masso ricoperto di muschio, stringendo tra le mani il suo diario rilegato in pelle. Sulle pagine ingiallite, ricoperte dalla sua calligrafia minuta, aveva cercato di dare un ordine al caos che gli ribolliva nella mente. Ogni dettaglio, ogni nome, ogni luogo apparso nei suoi sogni era stato trascritto con cura meticolosa, nella speranza di trovare un filo conduttore, una chiave per decifrare il mistero che lo avvolgeva. Un nome, più di tutti gli altri, tornava a tormentarlo: Thalas'Nûr, l'Isola del Naufragio.

Un luogo avvolto nella nebbia e nella leggenda, un sussurro portato dal vento che sembrava chiamarlo a sé. Mentre si rialzava, deciso a seguire quell'istinto inspiegabile, una sensazione inquietante lo percorse. Era come se occhi invisibili lo osservassero da dietro la cortina di foglie, scrutando ogni suo movimento. Si voltò di scatto, ma non vide nessuno. Solo il vento che gli scompigliava i capelli, e il silenzio impassibile della foresta. Stringendosi nel mantello, Alastor riprese il cammino, il cuore in tumulto. Il sentiero si snodava tra alberi secolari, la vegetazione fitta che gli impediva di vedere oltre i pochi metri davanti a sé. L'aria era carica di umidità e di un silenzio innaturale, un silenzio pregno di attese. La sensazione di essere osservato non lo aveva abbandonato, anzi, sembrava intensificarsi ad ogni passo. Strinse con forza il bastone di legno che portava con sé, unica difesa contro i pericoli della foresta.

Un rumore improvviso lo fece fermare di scatto. Un fruscio di foglie, un tonfo sordo, come se qualcosa di pesante si fosse mosso tra gli alberi. Alastor si irrigidì, tendendo l'orecchio, ma il silenzio era tornato assoluto. "Chi è là?", chiese, la voce tesa. Nessuna risposta. Solo il vento che soffiava tra le foglie, creando giochi di luce e ombra sul terreno. Con prudenza, Alastor si avvicinò al punto da cui sembrava provenire il rumore, il bastone alzato. Stava per convincersi di essersi sbagliato, che era stato solo un animale selvatico, quando vide qualcosa che gli fece gelare il sangue nelle vene.

Ai piedi di un albero gigantesco, una figura giaceva immobile. Indossava un mantello scuro, macchiato di fango e di sangue. Alastor si avvicinò con cautela, il cuore che gli martellava nel petto. Chi era quel viaggiatore solitario, e cosa gli era successo? Mentre si avvicinava, si rese conto che si trattava di una donna. Capelli corvini le incorniciavano il viso pallido, i lineamenti contratti in una smorfia di dolore. Indossava abiti semplici da viaggio, e al fianco portava una spada corta, ancora nel fodero. Sembrava giovane, poco più che vent'anni, eppure qualcosa nel suo volto gli risultava stranamente familiare, come se l'avesse già incontrata in uno dei suoi sogni febbrili. 

Si chinò su di lei, cercando di sentire il respiro. Appoggiò una mano sul suo petto, e avvertì un debole battito cardiaco. Era viva, ma a malapena. "Ehi", disse piano, scuotendola leggermente. "Riesci a sentirmi?". La donna gemette piano, aprendo lentamente gli occhi. Erano di un verde smeraldo intenso, come le profondità della foresta, ma spenti dalla sofferenza. Guardò Alastor con un'espressione confusa. "Chi... chi sei?", sussurrò con voce roca. "Sono Alastor", rispose lui. "Ti ho trovata qui svenuta. Cosa ti è successo?".

La donna tentò di sollevarsi, ma un gemito di dolore le sfuggì dalle labbra. Si portò una mano al fianco, stringendo i denti per la sofferenza. "Mi chiamo Nyx, sono stata attaccata...", sussurrò. "Dei banditi... mi hanno derubata di tutto... e mi hanno lasciata qui a morire". Alastor guardò il suo fianco sanguinante, e capì che la situazione era grave. Doveva portarla in un luogo sicuro, e curarla al più presto. Ma dove? Era solo in quella foresta, e non sapeva a chi rivolgersi.

Alastor, pur essendo scosso dall'incontro con la donna ferita, si rese conto che doveva trovarle un rifugio sicuro, un luogo dove potersi riprendere. Un nome gli tornò alla mente, come un'eco lontana tra le pieghe della sua memoria. Il Giardino di Gundrea.

Aveva letto di quel luogo in uno dei suoi libri di storia. Si diceva che fosse un'oasi di pace e di serenità, fondata da un mezzelfo pentito del suo passato da assassino , un uomo chiamato Ansem. Alastor non sapeva molto di più, ma l'istinto gli diceva che quello era il posto giusto.

Alastor si fermò, prendendo coscienza di un'amara verità. Il Giardino di Gundrea era irraggiungibile, per ora, e la foresta gli sembrava improvvisamente più oscura e minacciosa. La donna tra le sue braccia gemette piano, e lui le accarezzò i capelli scuri, cercando di infonderle conforto.

"Tranquilla" sussurrò. "Ti troverò un posto sicuro, lo prometto".

Ma dove? La memoria gli riportava frammenti di storie e leggende, ma nessuna sembrava indicargli la via. Poi, come un lampo improvviso, gli tornò in mente l'Accademia di Magia e Stregoneria di Elentirë. Ne aveva sentito parlare durante i suoi viaggi: un luogo di conoscenza, dove le arti magiche venivano insegnate e tramandate. Si diceva che accogliesse creature di ogni genere, provenienti da ogni angolo di Eldarion.

"L'Accademia..." mormorò, più a se stesso che alla donna.

L'istinto gli diceva che lì avrebbe trovato aiuto. Forse tra quegli studiosi e maghi c'era qualcuno che poteva aiutarlo a decifrare il suo destino. E soprattutto, l'Accademia rappresentava un rifugio sicuro, lontano dai pericoli della foresta.

"Ci dirigeremo verso nord" disse alla donna, con rinnovata decisione. "Conosco un luogo dove potrai riprenderti".

Senza aspettare risposta, Alastor si rimise in cammino, la figura della donna che si stagliava contro la luce fioca del bosco come un'ombra silenziosa. Il sentiero era ancora lungo e irto di pericoli, ma ora una nuova speranza brillava nel suo cuore. L'Accademia lo attendeva, con le sue promesse di conoscenza e di salvezza.

Alastor poteva sentire l'opposizione di Nyx ad ogni passo che facevano. Il suo corpo si faceva pesante, quasi si stesse aggrappando agli alberi che li circondavano. Si fermò, voltandosi verso di lei con sguardo interrogativo. La luce fioca del bosco le illuminava il viso, lasciando il resto del suo corpo avvolto nell'ombra.

"C'è qualcosa che non va?", le chiese, la preoccupazione evidente nella voce. "L'Accademia... sei sicura di volerci andare?".

Nyx esitò, lo sguardo fisso su un punto indefinito tra gli alberi. "Non è posto per me", mormorò, la voce bassa e roca. "Non sono fatta per quei luoghi".

Alastor non si lasciò convincere. Aveva percepito la sua esitazione fin dal primo momento in cui aveva pronunciato il nome dell'Accademia, ma aveva sperato che la promessa di un rifugio sicuro avrebbe dissipato i suoi dubbi.

"Non capisco", disse, cercando di scrutare nel suo sguardo. "L'Accademia è un luogo di pace, dove potrai riprenderti senza timore. Ci sono guaritori che potranno curarti la ferita...".

"Non si tratta solo della ferita", lo interruppe Nyx, la voce tesa. "Ci sono cose... cose del mio passato che mi impediscono di cercare rifugio in quel luogo".

Alastor si sedette su un tronco muschioso, invitandola con un gesto a fare lo stesso. Sentiva che dietro le sue parole criptiche si celava un segreto, un fardello che la opprimeva.

"Non so cosa tu abbia passato", disse con dolcezza, "ma ti prego di fidarti di me. Non ti obbligherò a fare nulla che tu non voglia, ma non posso permetterti di restare qui ferita. Almeno lasciami accompagnare fino ai confini dell'Accademia, poi sarai libera di andare".

Nyx rimase in silenzio, il volto in ombra. Le sue parole erano intrise di una tristezza profonda, una rassegnazione che andava oltre la semplice paura o il dolore fisico. Alastor sapeva che non poteva forzarla a confidarsi, ma sperava che il tempo e la pazienza avrebbero sciolto il muro di diffidenza che li separava.

Il sole stava tramontando dietro le imponenti mura di Elentirë, tingendo il cielo di sfumature arancioni e viola. Alastor si aggirava tra le bancarelle del mercato, cercando di districarsi tra la folla vociante e i profumi speziati che si levavano dai bracieri. La sua attenzione, tuttavia, era rivolta altrove. La misteriosa donna che aveva salvato la notte precedente, la cui vita era ancora appesa a un filo nella sua stanza, occupava i suoi pensieri.

Il suo nome, Nyx, gli risuonava nella mente come un presagio. Un nome che rievocava le ombre, i segreti e un destino incerto [1]. Un nome che si addiceva a un'assassina, un membro del Clan del Petalo, un gruppo avvolto nel mistero e temuto in tutto l'Impero Shamito. Cosa l'aveva portata a Elentirë, la città della magia e del sapere? E perché era così importante che la sua missione rimanesse segreta?

Avrebbe voluto interrogarla, scoprire la verità che si celava dietro i suoi occhi scuri e penetranti. Ma la sua ferita, inferta dalle guardie del mago che avrebbe dovuto assassinare, la teneva prigioniera in un sonno febbrile.  Ogni respiro affannoso era un monito, un costante promemoria della fragilità della sua vita e del pericolo che correva.

L'Accademia, con le sue aule affollate e i suoi corridoi frequentati da maghi e studiosi, non era un luogo sicuro per una fuggitiva, tantomeno per un'assassina del Clan del Petalo.  Il suo volto, una volta che avesse rimesso piede fuori dalla sua porta, sarebbe stato riconosciuto, la sua identità svelata. E Alastor, suo malgrado, sarebbe diventato complice della sua fuga.

Ma come poteva consegnarla alla giustizia, condannarla a morte certa?  La compassione, un sentimento che raramente trovava spazio nel cuore di un mezzelfo abituato alla durezza della vita, lo spingeva ad aiutarla.  Eppure, aiutare Nyx significava tradire i suoi principi, mettere a repentaglio la sua stessa missione.

Era combattuto, dilaniato da un conflitto interiore che non riusciva a placare. Da un lato, il richiamo del dovere, il desiderio di giustizia. Dall'altro, la pietà per una donna ferita, la cui vita era nelle sue mani.

Mentre il sole scompariva all'orizzonte, Alastor si rese conto che non poteva più rimandare la decisione.  Il destino di Nyx, e forse anche il suo, sarebbe stato deciso quella notte.