1. Characters

Sakkah Brunhild

Principessa della Città Libera di Hoksorn, Guerriera Felagi, Vigendur, Volpe di Falcadia, Comandante del Dominio

Personalità e tratti caratteriali 

Sakkah è una giovane tiefling dal carattere scontroso, bellicoso e testardo. Si dimostra estremamente leale ai suoi compagni a cui è molto affezionata pur non dimostrandolo a parole. Affronterebbe qualsiasi pericolo se si dovessero trovare in difficoltà.

Il suo rispetto è riservato solo a pochi: chiunque si dimostri forte e ugualmente leale è meritevole della sua fiducia. 

Tende a trattare la maggior parte delle persone con sufficienza e non permette a nessuno di metterle i piedi in testa, soprattutto coloro di grado nobile.

Gli unici a cui permette di essere "comandata" sono i compagni di cui si fida. 

Teme spesso di essere malvoluta da loro a causa del suo carattere e origini. Spera di poter dimostrare un giorno anche il suo lato amorevole e divertente.

La sua indole già focosa, trova il suo maggior sfogo nel campo di battaglia, luogo in cui si sente più a suo agio, specialmente quando lo scontro diventa particolarmente sanguinoso e crudo. Non perdona i tradimenti e se le viene fatto un torto, c'è da aspettarsi una fredda vendetta. Il suo viaggio è giustificato dalla sua volontà di distaccarsi dall'ambiente altolocato che ha sempre disprezzato, per costruire un proprio destino.


Ideali: indipendence, faith, aspiration, might, people, freedom, fairness, no limits, glory, change, live and let live, tradition, sincerity


Legami:  il suo affetto più grande è stata la madre, Taskah, la quale le ha impartito molti insegnamenti riguardo il proprio retaggio e iniziata al culto di Erythnull (la madre era una sacerdotessa). Nonostante le discriminazioni subite fin dalla giovane età, tiene molto al suo lato Tiefling ed è diventata un paladino per onorare la fede che condivideva con la madre e combattere per essa. Porta sulla corazza il simbolo sacro un tempo appartenuto a Taskah.

Un' altra figura importante è stata il fratello maggiore Tristan, l'unico a rispettarla all'interno del palazzo e con cui spera di ricongiungersi presto. Pur non condividendo il suo stesso interesse e rispetto nei confronti delle responsabilità reali, nutre un profondo amore fraterno per lui.

All'interno del gruppo, è molto affezionata a tutti e stima specialmente Jez per la sua forza e doti da leader e pur avendo molte differenze, stima molto Edulf per la loro comune causa di paladini e Celric per il suo ruolo di chierico.

Attraverso i suoi viaggi e avventure, desidera di potersi staccare dal legame con il padre, con cui ha un rapporto conflittuale.


Difetti: La sua impulsività e testardaggine la portano spesso a compiere azioni sbagliate e tende ad arrabbiarsi velocemente.

Per lei non c'è miglior modo di risolvere un dibattito che con le mani, attraendo spesso così ancora più problemi.

Pur credendo di essersene liberata, dimostra spesso l'arroganza e la prepotenza tipica dei nobili da cui è stata circondata per gran parte della sua infanzia.

Non è portata al gioco di squadra e spesso la sua aggressività è ingiustificata.


Backstory in breve: essendo frutto di un tradimento, è stata sempre vista di malocchio dalla corte in cui è stata cresciuta dopo essere stata strappata dalla madre. Il suo carattere aggressivo e irruento è il frutto di anni di disprezzo e odio riversatole dai nobili introno a lei. Le sue evidenti origini razziali non l'hanno aiutata e ha sempre dovuto lottare per meritarsi il rispetto altrui. Nonostante la forzata clausura a palazzo, le è stato permesso frequentare la madre da cui ha imparato le prime nozioni di combattimento. Altro suo affetto è stato il fratellastro maggiore Tristan, unica compagnia all'interno del palazzo. La morte della madre avviene quando Sakkah ha 16 anni e dopo quasi 10 anni ne scopre le circostanze: la consorte reale, umiliata dal tradimento, aveva ordinato l'assassinio della donna. Accecata dalla rabbia, uccide la matrigna e si vede costretta a scappare dal regno allontanandosi così dall'amato fratello. Tuttavia è consapevole del fatto che prima o poi dovrà ritornare in patria e affrontare il risultato delle sue azioni.


Fun Facts: se le viene toccata la coda, prova strane sensazioni

Prova una particolare simpatia per uno dei membri del gruppo 

Ha una bellissima calligrafia

Compleanno: 15 Prontoritiro

Colore preferito: Blu scuro

Segno zodiacale: Sacca (lol)






Appearance

Capelli:
Corvini, lunghi e lisci.

Occhi:
Dalla sclera bianca e le iridi gialle.

Altezza:
200cm c.a

Peso:
100kg c.a

Pelle:
Rossa intensa.

Corna:
Bianco osso, sui lati del cranio, incurvate e leggermente arricciate sulla punta.

Coda:
Lunga 100 cm c.a

Descrizione aspetto fisico

Dal' altro dei suoi 2 metri, la presenza intimidatoria di Sakkah è accentuata dalla corporatura muscolosa, risultato di una vita di addestramenti. Pesa all'incirca 100kg.

Origini PT 1

Regno Libero di Hoksorn

Qual è il prezzo da pagare per una vita passata nello sfarzo di una corte? Le conseguenze che derivano dall' occupare un posto non proprio, la crudele verità che si nasconde dietro la nascita di una bambina la cui unica colpa è essere venuta al mondo? 


È da anni ormai che Sakkah si domanda se la propria madre, che in vita l'aveva tanto amata, avrebbe potuto prevedere l'esito delle sue azioni. Quando quel giorno, appena arrivata a Dullstrand in quanto sacerdotessa di Erythnull, aveva incrociato lo sguardo del re Markham e si era unita a lui, rifiutandosi di abbandonare il regno e di porre fine alla vita della bambina, quando egli venne a scoprire della gravidanza. 


Era una vita vissuta nelle tenebre certo, ma era felice. Aveva la fede e sua madre, i suoi insegnamenti severi e la compagnia dei fedeli. Le ore spese nell'apprendere tecniche di combattimento, riti e preghiere erano compensati dall'affetto datole dalla famiglia che si era creata intorno a lei. 


La mattina in cui le guardie reali irruppero nel tempio che per i primi 5 anni della sua vita le aveva fatto da casa per portarla al castello scavato nella scogliera, sentì che la sua vita non sarebbe mai più stata la stessa. 


Quel giorno vide per la prima volta il possente uomo barbuto dallo sguardo di ghiaccio che portava una grossa corona d'avorio intagliato sul capo, quasi scintillante sotto la luce solare che filtrava dall'enorme finestra della sua nuova stanza. Sakkah non aveva mai visto nulla del genere, gran parte della sua infanzia era stata vissuta nel tempio e poco aveva visto del mondo che la circondava, se non le strade fangose del quartiere e il mercato. 


L'uomo si presentò come suo padre, il Re, e che quindi lei era una principessa. Allora non capiva il significato di quelle parole, desiderava solo tornare a casa. Le era stato detto che era quella la sua nuova casa, e che non avrebbe mai dovuto abbandonarla. 


Perfino ad una bambina di quell'età fu presto evidente il disprezzo che le persone intorno a lei provavano nei suoi confronti, specialmente quando sul suo capo iniziarono a crescere le corna; da sempre aveva desiderato corna grandi e forti come quelle della madre. Presto però il suo entusiasmo fu mortificato dalle reazioni disgustate della corte, ed ancora una volta si ritrovò costretta a nascondersi, a vergognarsi di essere com'era. 


Tuttavia nessun nobiluomo o dama era in grado di far traspirare tanto odio e animosità quanto la Regina stessa, la moglie di colui che si proclamava suo padre. Ormai aveva compreso che fu proprio lui a tradirla con sua madre, e seppur non avesse scelto di trovarsi lì, non poteva fare a meno di provare un profondo senso di colpa nei confronti di quella donna così glaciale, così sofferente a causa sua. Sapeva che tutte le volte in cui veniva punita per crimini non commessi, privata dei pasti e isolata nella sua stanza per giorni interi, era la Regina a volerlo. Dopo del tempo si convinse persino di meritarsi quelle pene.


Tristan era l'unico a guardarla come una persona. Il giovane principe era più grande di lei di 5 anni, era gentile ed estremamente protettivo nei suoi confronti, e pur non essendo un bastardo come lei, condivideva un certo tipo di solitudine con la sorella. Erano tutto ciò che avevano, l'uno per l'altra. Si supportavano nei momenti di malinconia e gioivano in quelli felici. La cavalcatura, l'uso della spada, la conduzione di una nave e i vari tipi di nodi erano tutte cose che venivano insegnate al giovane principe, che nel segreto dei cortili o sulle rocce della costa riferiva alla sorella. A volte i loro giochi riuscivano perfino a distrarla dalla mancanza della madre.


Così Sakkah cresceva, rinchiusa in una gabbia dorata, vivendo sotto lo stesso tetto di qualcuno che la odiava e desiderava il suo male. Uno spiraglio di luce sembrò arrivare quando il giorno del suo quindicesimo compleanno, il Re in persona le concesse di rivedere la madre in visite di poche ore in luoghi celati da occhi indiscreti. Tra l'amore materno ritrovato e l'affetto del fratello, Sakkah sembrava aver trovato il proprio equilibrio. Iniziò perfino a fantasticare sul giorno in cui sarebbe cresciuta, avrebbe cavalcato le strade del regno accanto a Tristan e salpato il mare senza nascondersi, sostenendo lo sguardo della gente.


Non avrebbe mai immaginato che un giorno, quello del suo quindicesimo compleanno, avrebbe raggiunto il luogo stabilito per l'incontro con la madre per poi trovare davanti ai suoi occhi il suo corpo senza vita. Se provava a ricordare quel momento, solo immagini a scatti le venivano alla mente: le iridi che erano state di un giallo ambrato adesso erano ricoperte da un velo acqueo, dalla bocca semi aperta correva un rivolo rosso che scendeva fino al mento e poi al collo, quasi completamente diviso dalle spalle. La tunica lacerata e ricoperta da pozzanghere scure, il medaglione sacro che aveva sempre portato era adesso macchiato dal sangue.


Stringendo il corpo della madre le sue mani si erano dipinte di rosso, i suoi occhi velati di lacrime. Sangue ovunque...sempre di più...


Adesso le aveva oscurato la vista, l'odore penetrava le sue narici e rendeva la presa sull'elsa della spada scivolosa...


Adesso era in un corridoio del castello.

Come si era trovata lì? Perché quelle guardie erano ferite..?


Nel suo ultimo frammento di ricordo vedeva lei. Le dava le spalle e guardava fuori dalla finestra, quasi come se l'avesse aspettata. Solo per un istante la guardò negli occhi, quegli occhi che per tutta la sua vita l'avevano intimorita adesso erano fissi su di lei, anche mentre la sua testa si staccava di netto dal collo, rotolando sul pavimento chiaro. 


Delle mani che la afferrano, delle urla distanti e un forte sapore metallico in bocca. Dopodiché il buio.


Aveva fatto un sogno, dopo il buio. Mille volti diversi si affacciavano sulla sua mente, le penetravano il cranio e le sussurravano nella lingua di sua madre. Sibilavano parole di vendetta, promettevano gloria ed esigevano di essere assetate. Sempre più insistenti, rumorose, seducenti fino a che...


Una volta recuperato il senno si era trovata in una stanza fredda e umida, cullata dalle onde. La cabina di una nave. Teneva tra le mani il grosso medaglione metallico su cui era scolpito un orrendo volto demoniaco. Lo stesso medaglione appartenuto alla madre. E si ricordò. Era consapevole di quello che era successo, di quello che aveva fatto. Sapeva che doveva fuggire. Ormai non aveva più una casa. 


Sentì di non avere neanche più inibizioni o ostacoli. Un giorno sarebbe ritornata per prendere ciò che le era stato negato, per essere tutto ciò che le era stato impedito e regnare su coloro che l'avevano fatta sentire in torto solo per il fatto di essere nata.



Origini PT 2

Nel buio della cabina in cui si trovava, Sakkah riuscì a distinguere una figura davanti al suo giaciglio. Quando se ne accorse era ancora intontita dal sonno e dagli incubi. Sobbalzò e si sedette con la schiena contro il muro di legno. Il leggero abito da notte bianco che indossava aderiva al suo corpo a causa del sudore.



"C-chi sei?! Fatti vedere!" Istintivamente le sue mani andarono a tastare frettolose tra le lenzuola in cerca del pugnale che usava nascondere sotto il cuscino del suo letto a palazzo. L'idea di essere uccisa nel sonno la terrorizzava. Nonostante l'oscurità e il panico, la vista di Sakkah riuscì a distinguere alcuni dei tratti di chiunque fosse lì con lei; era seduto su uno sgabello con le gambe spalancate e le mani giunte. Il suo capo era chinato ed era impossibile vedere il viso. Alcune ciocche di capelli spuntavano da un cappuccio largo e cadente.



Non rispose. "Sei qui per uccidermi, non è vero?" Tranne per il fruscio del mare e per il respiro accelerato di Sakkah, quella piccola cabina era immersa nel silenzio. La figura non si mosse. "Beh, se proprio devi farlo, che sia subito e abbi il fegato di mostrarmi il tuo brutto muso mentre lo fai". Ancora niente. "Quindi? Sei sordo? Muoviti dannazione, fai quello che devi!" Le sue parole erano imperiose, ma nella sua voce c'era un leggero tremore che tradiva paura. 



"Ebbene Sua Grazia desidera vedermi in volto". Una profonda voce femminile pronunciò le parole con tono di scherno. La donna allungò la mano per accendere una grossolana lampada ad olio. Nel girarsi Sakkah riuscì a catturare con lo sguardo il profilo di un naso e una bocca. Non la riconobbe. 



"Sapete, stavo quasi iniziando a preoccuparmi. Avete sofferto di un sonno estremamente agitato e continuavate a biascicare parole in una qualche strana lingua". Parlava mentre con le mani avvolte in guanti di pelle tentava a fatica di accendere la fiamma. "Tuttavia sono riuscita a comprendere una parola". Continuò. "Sangue". Disse. "Certo, il mio infernale è un po' arrugginito ma credo che il succo fosse quello. Ditemi, Sua Altezza la Regina ne ha versato tanto quando le avete staccato la testa dal collo?". Un frammento di memoria sembrò penetrare il cervello di Sakkah, facendola sussultare e spalancare gli occhi. Ancora una volta ricordò. 


"Non so di cosa parlate. Il mio nome è Sakkah, non sono sua grazia, sono solo una povera orfana e non capisco perché io mi trovi qui-" "Tut, tut, tut, Principessa. Non c'è bisogno di questa farsa. Io so benissimo chi siete e vi ammiro, perfino". Interruppe la donna. Finalmente riuscì ad accendere la fiamma e la luce calda illuminò debolmente la stanza. "Avete fatto un gran favore a moltissime persone. Anche se, mi sarebbe piaciuto vedere la faccia della puttana poco prima che morisse". 



Il tono sprezzante della donna era familiare a Sakkah. Tra le mura del castello nessuno osava contrastare la Regina, considerata tanto splendida quanto spregevole. In città invece, tra le strade e la gente comune la Regina era la personificazione di tutto ciò che di cattivo potesse esistere. Erano anni ormai che non sentiva qualcuno odiarla così apertamente. Le parole che usava poi, rivelavano il sollievo da una rabbia causata da un pesante torto. "Ma, voi chi siete?" Chiese Sakkah, quasi timidamente. "Non vi ricordate di me, Principessa? Rispose la donna, afferrando la lanterna dal gancio su cui era a appesa.



Sakkah avvertì un senso di inquietudine, disagio. Era ansiosa di quello che si sarebbe rivelato sotto quelle vesti. Alzandosi dallo sgabello lentamente per avvicinarsi alla ragazza, avvicinò la luce al volto mentre con l' altra mano scostò il cappuccio che le nascondeva i tratti.



Puro orrore misto a disgusto si dipinse sul volto di Sakkah nel vedere il volto della donna deturpato per una metà. Un profondo colpo di lama sembrava averle aperto la faccia, dall'angolo sinistro del cranio fino all'angolo destro del mento. Era quasi come se il suo teschio si fosse aperto per poi non unirsi mai del tutto, come un vaso rotto e riparato malamente con dell'argilla. Un orribile cicatrice carnosa e violacea univa i due lati del viso. Una narice era in piena vista lì dove la cartilagine era ceduta. Parte della carne sullo zigomo era stata tranciata rivelando l'osso sottostante. L' occhio sinistro non c'era più, al suo posto un cratere nero in cui lo sguardo di Sakkah era sprofondato. La linea della bocca era stata attraversata diagonalmente dalla cicatrice e le labbra erano fissate in un broncio perenne.



Il lato destro del volto era intatto, salvo per la pelle rovinata da qualcuna delle svariate malattie di cui la gente che vive in mare rischia di soffrire. L'occhio ancora presente era di un azzurro glaciale. Aveva visto solo una persona con degli occhi simili. I capelli corvini e tagliati disordinatamente aiutavano a nascondere la carne maciullata. Come se niente fosse, la donna si alzò e iniziò a camminare nella cabina. 



"Immagino sia passato troppo tempo perché ti ricordi di me. E devo ammettere che il mio aspetto è leggermente diverso. Il mio nome è Robyn, ma non ti sorprendere se senti qualcuno rivolgersi a me come "brutta faccia". Sono il capitano di questo veliero, quindi non aspettarti di imporre comandi. I titoli qui non valgono niente". Aveva cessato di usare il tono falsamente servile di prima e si rivolgeva a lei come se fosse una ragazzina qualunque, rivolgendole un' occhiata severa mentre pronunciava quell'ultima frase, come ad avvertirla.



Dopo una breve pausa continuò. "Il piano è questo: entro la prossima luna arriveremo alla città di Barrish, dove ci fermeremo per caricare degli approvviggionamenti. Dopodichè salperemo per la volta di Montesser. Lì il tuo viaggio sarà terminato". Sakkah non comprendeva il significato quelle parole. "Cosa dovrebbe esserci per me in quel luogo? Non conosco nessuno laggiù e poi dopo quello che ho fatto ci sarà una taglia sulla mia testa". "Non temere, il giovane principe ha già provveduto a tutto. Sei proprio una bastarda fortunata ad avere un fratello così premuroso". Ancora una volta il cuore di Sakkah sembrò fermarsi al sentire quelle parole e quasi si vergognò per essersi dimenticata di lui fino a quel momento. Robyn doveva aver letto la preoccupazione nei suoi occhi spalancati e la rassicurò. "Non temere per lui". "Dov'è Tristan? Sta bene? Hanno preso anche lui? Posso vederlo? Gli avete fatto del male, non è cosi?" Il fiume di domande fu presto interrotto da Robyn, che alzando le mani come a dare l'alt disse "Calma, calma, calma ragazza. Ti agiti come un pesce preso all'amo. Il tuo fratellone sta bene. Certo, tranne per il fatto che la sua mammina è morta per mano tua". Quel piccolo particolare era sfuggito alla mente di Sakkah fino a quel momento, ed il rammarico le fece abbassare gli occhi. "Anche lui mi odierà adesso. Ma posso almeno consolarmi nel sapere che è salvo". 



Una risata di scherno uscì dalla bocca sfregiata della donna, provocando la rabbia di Sakkah. "Cos'è che hai da ridere?" "La tua ingenuità è quasi adorabile". Rispose Robyn. "Dimmi, ragazzina, chi credi ti abbia salvato la testa?" Cosa? Sakkah era più confusa che mai. "Non l' avrei mai detto ma quel ragazzo ha un gran bel fegato. Chiedere il mio aiuto dopo quello che la sua famiglia mi ha fatto. In verità non ero neanche sicura le avesse, le palle. Di certo non quanto te". "Quindi mi stai dicendo che è stato Tristan a portarmi qui? Significa che non sei qui per uccidermi?" "Certo che non sei molto sveglia. Lascia che ti dia un consiglio: mai fidarti della parola di un pirata". Disse la piratessa fissando su Sakkah il suo unico occhio. "Non voglio i tuoi consigli, voglio solo vedere Tristan!" Insistendo, le lacrime minacciavano di uscire spinte dalla rabbia. "Tristan, Tristan, Tristan...Non sai dire altro? Il ragazzo è al sicuro, per adesso. Ma non ci vorrà tanto prima che a corte colleghino la tua prodigiosa fuga a lui".



Non solo aveva condannato la sua esistenza ad una perenne fuga, ma aveva anche messo in pericolo il futuro di colui che amava di più. Lei un futuro non l'aveva mai avuto. Adesso come prima doveva nascondersi, rimanere nell'ombra dei crimini che aveva commesso. Ma Tristan sarebbe dovuto diventare il Re, colui che solca i mari su un vascello d'ebano e vele del colore di cui l'acqua si tinge quando il sangue vi viene versato. Avrebbe comandato le isole meglio di quanto mai avesse fatto suo padre e squarciato il ventre di un leviatano assai più grande di quello descritto nelle leggende, comandando la flotta più vasta che si fosse mai vista. Ma sarebbe rimasto lo stesso Tristan gentile che spartiva con lei i suoi pasti. Non poteva morire. 



"Piantala con quella faccia triste ora, non poteva andarti meglio. Il principe ha anche insistito che ti concedessi la stanza migliore". Disse Robyn allargando la braccia per indicare il lurido tugurio. "Non aspettarti un trattamento da castello, però". Sakkah non se lo aspettava e neanche lo desiderava. Infatti parte di lei era sollevata di non dover più tornare in quel posto. "Detto ciò, è tempo che anch'io mi ritiri. Non disperare più del dovuto, presto sarai a casa".



Con queste parole, Robyn si congedò e salì pesantemente li scalini di legno che portavano all'esterno. Sakkah si rannicchiò su sé stessa e si abbracciò le gambe poggiando la fronte sulle ginocchia. Strinse gli occhi più forte che poteva e provò a concentrarsi sul rumore delle onde.  



Presto però le lacrime uscirono impetuose, bagnando la stoffa del suo abito. Piangendo non emetteva un singolo suono. Pensò alle parole di Robyn. Presto sarai a casa. Pensò a sua madre. "Io non ce l'ho una casa", sussurrò.


Origini PT 4

Pareva fosse passato un secolo dall'ultima volta che aveva riso così tanto. Il pasto non era dei migliori e la cambusa era piena di occhi indagatori tra cui non fu facile sentirsi subito a proprio agio. Però nessuna cattiveria si celava dietro di essi, nessun giudizio. Le era bastato poco tempo per conoscere il nome di quei mariani ubriachi dai visi loschi e dai passati torbidi come lo stufato che dovette consumare. Alcuni erano stati ladri, altri perfino assassini, altri ancora avevano passato più tempo in mare che sulla terraferma. Tuttavia Sakkah li considerava più onesti e veri di ogni altro cortigiano che avesse mai incontrato. Zupp era il peggior cuoco per cui si potesse sperare ma era il migliore ad imbrogliare a qualsiasi gioco. Garum, a cui mancavano 3 dita per mano, le aveva promesso di insegnarle come dare la caccia agli squali con delle brache come esca e il mezz'elfo Sundif le raccontò nel dettaglio come aveva sedotto e fatto l'amore con una sirena, che a detta di molti non era altro che una foca spiaggiata. Infine c'era lui, Dex. Non l'aveva mai fatta sentire fuori luogo ed era stato accanto a lei tutta la serata e aveva messo a bada i membri dell'equipaggio quando iniziarono a fare domande scomode riguardo l'assassinio. Sakkah capì che era quello il motivo per cui la rispettavano, ed in un primo momento ne fu triste, poi furiosa, ma lo nascose.



Poi arrivò la sera e la trascorse distesa sul ponte di prua con Dex che le indicò alcune costellazioni e raccontò delle sue disavventure, di come era stato abbandonato da sua mamma da piccolo. Era nato in una cittadina sul Mare di Gearnat, in periferia. Aveva sempre vissuto da solo e viveva di piccoli furti, finchè non fu incarcerato per poi scappare e trovarsi per sbaglio nella stiva della Balena Ruggente anni fa. Da allora era sempre stato con Robyn. Disse che la prospettiva della forca lo aveva spaventato meno del Capitano. Non conosceva con esattezza la propria età, ma doveva avere almeno 18 anni, diceva. Sakkah ne era affascinata. Gli unici marinai che avesse mai incontrato erano quelli della corte che le avevano insegnato come guidare il vascello che il padre le regalò per il suo undicesimo compleanno. "Ti hanno regalato un vascello?!" Escalmò Dex dallo stupore. "Ah, dimenticavo che sei una principessa. Bella fortuna hai avuto." No, per niente, pensò Sakkah. "A volte mio padre mi faceva dei regali. Una volta mi ha regalato un mago, ma scomparve dopo che iniziai ad usarlo come fantoccio per allenarmi con la spada". "Capisco. E dimmi, tuo padre che tipo è?" Chiese Dex. "Beh ecco, lui è..." 



Pensò a lungo prima di parlare. Chi era suo padre? Si accorse che non lo conosceva veramente. Avevano passato pochissimo tempo insieme e le loro conversazioni erano state sporadiche e brevi. Lei però sapeva di amarlo. Lui amava sua madre, le aveva permesso di incontrarla e le aveva permesso di venire a palazzo. Ma perché? Perché l'aveva portata in quel luogo solo per tenerla rinchiusa? Lei era la sua vergogna, non aveva senso. Si ricordava che si fosse opposto al volere dei consiglieri e della moglie quando volle darle il suo cognome e tutte le volte che era stata invitata alle funzioni reali era perché suo padre l'aveva voluta. Ma l'aveva mai difesa dai pericoli a cui lui stesso l'aveva esposta? 



"Sakkah?" Disse Dex, interrompendo il flusso di pensieri di Sakkah. "Non saprei. Non voglio veramente parlare di lui. Parliamo d'altro". "Come desideri". Dopo alcuni secondi di silenzio, Sakkah avvertì il copro del ragazzo più vicino al suo. Si era appoggiato su un gomito e la guardava in volto. "Dimmi, mentre eri ancora al castello hai mai pensato come sarebbe essere la regina?" Sakkah fu colta di sorpresa dalla domanda, e poi formulare una risposta era difficile con quegli occhi grigi addosso, sempre meno distanti. Era difficile mantenere contatto visivo e sentì il viso e le orecchie scaldarsi. Il suo evidente imbarazzo fece sorridere Dex, un sorriso che rese la mente ancora più confusa. Sotto il chiarore delle lune, riuscì a notare le chiazze grigie tra i capelli del ragazzo. Stava per balbettare una risposta quando sentì l'impellente bisogno di starnutire. Dopo un rumoroso etciù, il tintinnio di un campanello. Un piccolo gatto dal pelo corto e candido andò a strofinare il muso contro il mento di Dex. "è arrivato il momento di presentarti Nerito, un fedele compagno e abile ammazza topi". "Oh, un gatto". Alcuni ne giravano nel palazzo e Sakkah si divertiva ad inseguirli con Tristan. Il gioco finì quando realizzò di esserne terribilmente allergica. "Ne ho sempre desiderato uno. Sono bellissime creature". "Già, e proprio come me, Nerito è un vagabondo abbandonato". Un velo di tristezza sembrò calare sugli occhi del ragazzo. "Ma adesso una casa ce l'hai, no? Ed anche un famiglia". "Immagino potrebbe andarmi peggio, ma loro non sono la mia famiglia." L'improvviso distacco con cui Dex sembrava parlare confuse Sakkah, che l'avevo visto così in confidenza con gli altri fino a poco fa. Cambiò discorso ancora una volta. "Invece a te piacerebbe diventare un Re?" Dex continuava ad accarezzare meccanicamente la testa del micio che rispose con un profondo purr. "Io un Re dici?" Ma per chi mi hai preso?" Disse guardando con indifferenza il mare davanti a sé. "Io voglio essere molto, molto di più".




Origini PT 5

Le notti a venire furono tranquille. Il sonno non era più agitato come prima, anche se qualche ombra aveva fatto passaggio nei sogni Sakkha, il sole era sempre stato in grado di spazzarle via. Aveva perfino iniziato ad aiutare con le varie mansioni sul ponte, tutte quelle di cui qualche mozzo di corte si sarebbe occupato se fosse ancora a Dullstrand. Lo faceva principalmente per stare in compagnia di Luc, certo, ma notare come lo sguardo tagliente di Robin si fosse ammorbidito quando si posava su di lei era un altro buon motivo. Poi c'era il resto della ciurma a sostenerla, a trattarla come una di loro, perfino. Non tutti a bordo la vedevano di buon occhio, e se nei giorni precedenti trattenere lacrime di rabbia era la reazione al sentire sussurrare il suo nome, adesso stava acquisendo abbastanza coraggio per non scappare dalle dicerie sul suo conto.


Quando ormai la placida costa di Barrish era in vista e la scogliera sembrava fatta d'argento da come il sole dell'alba vi batteva sopra. L'equipaggio era in fermento in vista dell'attracco. Il capitano era al fianco del timoniere, con le braccia incrociate e lo sguardo concentrato verso l'orizzonte. Sakkah la vide e decise che di coraggio ne aveva accumulato abbastanza per affrontare Robin e porle le domande che nonostante la relativa tranquillità di quei giorni, proprio non le uscivano dalla testa. Prese un profondo respiro, raddrizzò la schiena e alzò il mento, come un tempo le avevano insegnato di fare. Le tediose lezioni di portamento tornavano utili.


"Capitano, credo sia arrivato il tempo di rispondere a qualche domanda". La determinazione con cui parlava fu subito smorzata quando l'occhio cristallino della donna incontrò la sua figura esile. Era alta quanto lei, ma la sua presenza era ben più imponente e non si era ancora abituata a guardarla in faccia. Tuttavia continuò. "Vedete, vorrei sapere il motivo per cui state facendo tutto ciò. Sono probabilmente la persona più ricercata dell'est e nessuno si prenderebbe il carico di aiutare una bastarda se non per un enorme pagamento, qualcosa che va oltre l'oro, immagino". Nell'ascoltare, Robin aveva distolto lo sguardo dalla ragazza e sembrava quasi non farle caso. Sakkah continuò comunque. "Se davvero è stato mio fratello a rivolgersi a voi, merito di sapere cosa ha dovuto cedere in cambio della mia salvezza. Un giorno potrei perfino essere in grado di ripagarvi". Alcuni secondi di silenzio passarono, scanditi solo dal vociare dei marinai intorno a loro. "Credimi ragazza, qualunque sia stato il prezzo che il tuo fratellino ha pagato non sarà mai abbastanza. Anche se lo fosse, non c'è niente che una come te potrebbe fare per ripagarlo. Ti ricordo che non sei più una principessa e ti aspettano anni di fuga, di continui nascondigli. Dovrai anche cambiare nome probabilmente. Da una senza futuro io non voglio niente". 


Le sue parole dure non erano una novità, ma Sakkah sentì comunque il sapore amaro della vita che l'attendeva una volta finito il viaggio. Abbassò gli occhi e sentì lo stomaco rivoltarsi per un istante. Solo per un istante però. La sua voglia di sapere era più forte delle lacrime che minacciavano di uscire. Con le mani strette in dei pugni e la coda rigida, interrogò di nuovo Robin. Se c'era una cosa che aveva capito, era che stesse nascondendo qualcosa. "Io una principessa non lo sono mai veramente stata e a nascondermi ho passato quasi tutta la mia vita. Probabilmente avete ragione quando dite che un futuro non ce l'ho, ma per adesso il mio presente è nelle vostre mani e pretendo di sapere chi siete. Adesso ditemi, cosa avete a che fare con la mia famiglia e perché serbate tutto questo astio nei miei confronti?"


La risolutezza con cui rispose Sakkah catturò l'attenzione di Robin, che si volse verso di lei posando l'unico occhio spalancato sulla ragazza. Era molto più caparbia di quello che pensava, ma quello che pareva essere coraggio non era altro che arroganza. "Sei proprio come tuo padre". Pronunciò con un tono di puro disprezzo. Non gli somigliava particolarmente, tuttavia riusciva a vederlo nelle pieghe della fronte corrucciata e nella smorfia che faceva quando era concentrato. Era proprio sua figlia. "Voi conoscete mio padre? Ditemi di lui, potrò vederlo?" Nel nominarlo Robin vide i suoi occhi gialli illuminarsi e se il solo pensiero di lui era abbastanza a farle ribollire il sangue, parlarne l'avrebbe fatta esplodere. 


"Se c'è una cosa che posso dire di Markham è che non ho mai incontrato un bastardo così ignobile da nessuna parte. E di posti ne ho visti, credimi". A quelle parole lo sguardo eccitato di Sakkah si spense. "A lui non importa niente di te, ragazzina". Il nodo nello stomaco si strinse. Non poteva essere così. Lei mentiva sicuramente. Non sapeva perché lo facesse ma non avrebbe sopportato altre calunnie. Quando la conversazione finì, Sakkah aveva ancora più domande di prima e ancora più rabbia. Gli occhi bruciavano dal pianto trattenuto e profondi solchi si formarono sul palmo delle mani da quanto forte stava stringendo i pugni dalle unghie affilate. In più mancava poco all'arrivo, si sarebbe dovuta nascondere nella sua cabina fino a nuova partenza e non avrebbe potuto vedere Tristan.


Incamminandosi verso la cabina, tutta leggerezza dei giorni precedenti fu sostituita del peso dell'incertezza e alzando lo sguardo se ne dimenticò per un istante: Luc sembrava attenderla lì dove la discesa per la sua stanza iniziava, poggiato su uno stipite e col suo solito sorriso un po' irriverente. Stava giocherellando con il suo coltello arrugginito, come al solito. "Hey, Ti stavo cercando! Dov'eri finita?" Non le andava di parlare di ciò che la stava turbando, ma sentiva che a lui avrebbe potuto dire tutto. "Mi è stato ordinato di non uscire dalla mia cabina mentre siamo fermi e sono al corrente del fatto che ci sia una taglia sulla mia testa, ma vorrei tanto uscire. Sono sicura che mio fratello è in questa città e fare di tutto per vederlo". "Capisco. Deve essere una persona davvero speciale per te". "Già, lui è tutto ciò che ho ormai, e il fatto che non mi sia possibile stare con lui è..." "Uno schifo?" Schifo non è la parola che Sakkah aveva in mente, ma rendeva l'idea. "Certo, uno schifo" Rispose ricambiando il sorriso di Luc. "Adesso capisco perché hai la coda a penzoloni. è una cosa da...voi, immagino" Disse Luc, indicando vagamente la coda da tiefling con il manico della lama. "Oh! N-non me l'aveva mai fatto notare nessuno. Di solito non la tengo fuori, sai". L'imbarazzo di quell'osservazione le infiammò il volto. Tutte le volte che le facevano notare la coda era per umiliarla, ma... "è proprio...carina, direi. Haha"...carina? Un vero e proprio incendio le stava bruciando le guance e le orecchie e il modo in cui lui la guardava non aiutava di certo. Rimase lì impalata a fissarlo con occhi spalancati e prima che potesse balbettare una risposta parlò. "Ecco, io potrei darti una mano. Lo so come ci si sente ad essere lontani da chi si ama e farò in modo che oggi non sia così per te". "Davvero? E come?" Luc si guardò intorno per un istante circospetto, per poi avvicinarsi all'orecchio della ragazza. "Ho un'idea in mente". Disse a voce bassa. "Ma questo è un segreto fra di noi". Disse poi sussurrando a pochi centimetri dal volto arrossato di Sakkah che sentì la testa leggera e le gambe deboli nell'averlo così vicino. Col suo solito sorriso da furfante, Luc si congedò sentito chiamare il suo nome. 


Fidati di me, le aveva detto prima di voltarsi e non le rimase nessuna scelta se non fidarsi. Una volta davanti al letto Sakkah vi si buttò a peso morto e provò a ordinare i pensieri. Ma come poteva? Il suo futuro era incerto, non avrebbe più visto la sua famiglia, il suo tempio, si sarebbe dovuta nascondere a vita...eppure non riusciva a dispiacersi per se stessa, non soffriva. In effetti ogni volta che pensava a Tristan la sua immagine era sovrapposta a quella di Luc. Quando i pensieri del sangue e della solitudine si affacciavano alla sua mente, questi venivano subito spazzati via dal volto sorridente di lui, dai suoi occhi grigi, dalla sua voce stranamente profonda per la sua età e aspetto. Presto si trovò in una specie di sogno. Non si ricordava di essersi addormentata. In effetti non era né sveglia né dormiente. L'immagine di Tristan era estremamente vivida ma al contempo lontana, eterea. Lui le sorrideva e la invitava a correre con lui, come quando erano piccoli. Poi le tendeva la mano, ma Sakkah non riusciva a muovere un muscolo. Trovami. Cercami. Corri verso di me, ripeteva. La sua voce era un eco distante, come se provenisse dalla vedetta e lei fosse un marinaio sul ponte. Infine il volto del fratello mutava all'improvviso: un bambino con qualche dente mancante, dai grandi occhi azzurri e i ricci disordinati. Una donna dal viso pallido e severo e occhi glaciali. Il volto di sua madre. Quello di suo padre. Quello di Robin. Il muso burbero di un marinaio. Un vecchio che frequentava il tempio. Una dama che vedeva al palazzo. Tutti allo stesso momento, uno diverso dall'altro. Infine il volto di Luc. La guardava e si avvicinava a lei, sempre di più, socchiuse gli occhi, spalancò leggermente le labbra rosee e disse...A FUOCO! A FUOCO! 


La voce ormai familiare del mezz'ogre destò Sakkah, che corse su per le scale di legno in preda al panico. L'enorme vela nera del vascello era preda delle fiamme.

Origini PT 6

La vista delle fiamme che lambivano il cielo e le urla degli uomini fecero gelare il sangue di Sakkah per un istante. Grossi secchi venivano calati in acqua e riempiti dai mozzi che correvano in modo disordinato dal ponte alla passerella. Il fuoco andava divorando sempre più velocemente il tessuto scuro, sempre più avido fino a raggiungere anche il legno dell'albero maestro. La voce di Robin si imponeva sulle altre, abbaiando comandi alla ciurma. Nell'osservare con occhi spalancati la scena, la mente di Sakkah fu attraversata da un pensiero e il terrore prese il sopravvento; erano lì per lei? Avevano scoperto dove si trovava? Sapere che la sua presenza avesse messo in pericolo tutte quelle persone la fece rabbrividire.


Si scostò dalla porta socchiusa che stava usando da protezione e con gambe tremanti si incamminò verso il ponte. Se era lei che volevano allora l'avrebbero avuta. Non dovevano pagare gli altri al posto suo. Dopo pochi passi però, delle mani la afferrarono e la spinsero verso l'uscio da cui era venuta. Un urlo soffocato fu la sua reazione prima di ritrovarsi avvolta in un ruvido tessuto e la vista oscurata. Anche respirare era difficile attraverso quella specie di sacco. Nel dimenarsi, le stesse mani che prima l'avevano spinta adesso provavano a placarla. "Hey, hey! Calma, sono io." La voce familiare fermò il panico della ragazza. "Luc?!" Finalmente la sua visione fu libera dal tessuto e di fronte a lei il viso del giovane si palesò, con un sorriso che non si addiceva alla situazione. "Cosa diavolo stai facendo? Sei in pericolo con me, non lo capisci-" Prima che potesse finire la frase, le labbra di Sakkah furono travolte da quelle di Luc, all'improvviso, senza che potesse chiudere gli occhi, levandole il fiato e sospendendo il tempo per un attimo che avrebbe voluto durasse ore.


Non ebbe neanche la possibilità di realizzare cosa stesse succedendo quando il ragazzo si staccò da lei, lasciandola con uno sguardo di puro stupore dipinto in volto. "Indossa questo e dirigiti sulla passerella cercando di evitare tutti, intesi? Assicurati che nessuno ti riconosca e nascondi per bene la coda. Le riparazioni dovrebbero tenerci occupati fino a sera. A Robin penserò io." Sakkah era rimasta a bocca spalancata e formulare un pensiero coerente era improvvisamente diventato molto difficile. Luc rise leggermente nel vedere quella faccia ebete. "Su, forza! Vai da tuo fratello. Io sarò qui al tuo ritorno, e se non sarai qui entro il calare del sole ti verrò a cercare. Adesso corri però." Il tono perentorio del giovane e la stretta delle sue mani sulle spalle di lei la fecero rinsavire e Sakkah si apprestò ad indossare la mantella. "Porta questo con te." Prima di scappare Luc afferrò le mani della ragazza e vi posò il coltello arrugginito dal manico scuro da cui non si separava mai. Sperava di non doverlo usare.


Evitare la ciurma non fu molto complicato, dato che erano proprio loro ad ignorare la sua presenza in primo luogo. Le fiamme non sembravano essere state ancora domate e il panico sembrava essere più di prima. Si era perfino formata una folla di curiosi intorno al porto, la via di fuga perfetta. Sakkah si alzò il cappuccio dell'abito e si mischiò tra la massa, scivolando tra i corpi senza troppa fretta. Al sentire le urla di un uomo che chiamava "GUARDIE! GUARDIE!", i suoi passi si fermarono e il cuore le salì in gola. Accelerò il passo e non potè evitare di scontrare le spalle con qualche spettatore. Tranne per un guarda dove metti i piedi e un paio di imprecazioni nessuno badava troppo a lei. Il pesante rumore di ferraglia si faceva sempre più vicino quando Sakkah vide una decina di uomini della guardia cittadina correre nella sua direzione. Certo rimanere nell'ammasso di gente le conveniva, almeno è quello che pensava prima che l'uomo che dirigeva lo squadrone aprì un varco tra il gregge e sembrò guardarla dritta in volto...prima di correre verso il vascello in fiamme. Nessuno dei soldati l'aveva riconosciuta, non erano lì per lei, ma era meglio non rischiare. Sakkah si fece strada tra le persone che la dividevano dalla strada e senza curarsi troppo di quanti piedi pestasse, riuscì finalmente a trarre un sospiro di sollievo una volta riparata in un vicolo solitario tra due case. 


La parte più complessa della sua fuga sembrava essere passata, ora le toccava solo ritrovare suo fratello in questo città, con nessuna conoscenza del luogo o certezza che Tristan fosse effettivamente a Barrish. Senza dimenticare la parte in cui le avrebbero tagliato la testa se l'avessero riconosciuta. Anche se la decapitazione pareva una prospettiva assai più piacevole rispetto a qualsiasi cosa Robin le avesse riservato se si fosse accorta della sua assenza. Da quel punto di vista contava su Luc. Il suo Luc. Suo? Il solo pensiero di lui la faceva impazzire. Aveva dato fuoco al veliero per lei e poi l'aveva baciata. L'aveva baciata. Ed aveva dato fuoco all'intera nave...per lei. Quel pensiero la faceva sorridere. Si sentiva così sciocca. Specialmente se ripensava all'espressione idiota che doveva aver avuto dopo...Era stato il suo primo bacio e un po' le dispiaceva fosse stato così imperfetto.


Tuttavia non era il momento di pensare a queste cose. Il suono di passi e voci che si avvicinava verso di lei glielo ricordò. Abbassandosi il cappuccio in modo da coprire il suo volto il più possibile, svoltò l'angolo e uscì dal vicolo. Un leggero brivido la scosse quando passò affianco a una coppia di giovani rumorosi che però non badarono affatto a quella figura così strana. Infilando le mani nelle profonde tasche dell'abito, Sakkah trovò un paio di guanti. Nascondere le corna e la coda non era abbastanza, anche il colore rossastro delle mani poteva metterla in pericolo. Sorridendo ancora una volta all'attenzione che aveva riservato Luc per lei, Sakkah ritornò sui suoi passi. Se suo fratello era veramente lì, sarebbe sicuramente arrivato sul suo vascello. Non c'era cavallo o carrozza che un vero dullstrandiano potesse preferire alla propria imbarcazione. Il porto della città non era molto grande, le loro navi facilmente riconoscibili. Dopo aver osservato una per una ogni imbarcazione presente, Sakkah fu delusa dal non vedere lo stemma del leviatano ricamato su nessuna vela.


Non poteva darsi per vinta. Non incontrare Tristan significava poter almeno visitare questo nuovo luogo. Sarebbe stata un'avventura in qualcosa che si avvicinava alla libertà. Decise quindi di incamminarsi verso la strada da cui i cittadini curiosi erano confluiti nella speranza di raggiungere una piazza, un mercato, un qualsiasi luogo con abbastanza gente tra cui poter iniziare una ricerca. Per quanto sembrasse impossibile, sperava di imbattersi in Tristan in un modo o nell'altro; lui l'avrebbe protetta e portata con sé, non ci sarebbe stato più bisogno di nascondersi. Le sue fantasie però furono infrante nel momento in cui venne avvolta nella marea di persone più grande in cui si fosse trovata. Da quello che Luc le aveva raccontato Barrish non era una città molto grande, eppure qui sembrava essere arrivato mezzo regno.


Il perimetro circolare della piazza era tappezzato da bancarelle da cui vari mercanti si sgolavano per attirare la clientela, mettendo in mostra ogni tipo di mercanzia, dal pesce a strane chincaglierie metalliche. L'atmosfera le fece ritornare alla mente una delle volte in cui sua madre l'aveva portata con sé tra le strade della Città di Dullstrand, molto più grandi e caotiche in confronto a quelle di questa cittadina, in cui neanche l'odore del mare sembrava traspirare a pieno nelle vie. Gli abitanti erano principalmente umani, salvo qualche halfling dallo sguardo pungente intento ad appioppare la propria merce ai passanti. 


Il rumore e la quantità della gente intorno a lei era abbastanza da farle girare la testa. Almeno nessuno l'aveva notata. Come avrebbe potuto orientarsi qui? Mentre la confusione prendeva il controllo dei suoi pensieri, una voce gracchiante la fece sussultare. "Lei, viandante misterioso! Sa che è proprio fortunato? Non tutti i giorni capita di trovare ornamenti di fattura così fine, così preziosa." Un halfling scalzo dagli occhi piccoli e scuri e dal sorriso forzato stava facendo penzolare un mucchio di pendagli metallici dal cordino, cercando di avvicinarsi il più possibile al suo volto nascosto. "Beh, io..." "Ditemi dunque, gradite sfoggiare un grazioso cigno o siete più tipo da volpe? Una rosa, forse?" Non aveva neanche un soldo appresso, ed in effetti non era neanche così interessata a quel mucchio di metallo. Tuttavia uno tra i veri pendagli catturò la sua attenzione: una piovra dai lunghi tentacoli che si estendevano su un medaglione argentato. Le ricordava quella creatura gigante che aveva visto con suo fratello qualche anno prima, durante una delle loro fughe in mare. Istintivamente prese in una mano l'oggetto e lo ispezionò attentamente, come se fosse qualcosa di prezioso. "Ooh, un'ottima scelta! Perfetto se volete essere notato dal principe dei mari in persona! Sono 5 monete d'argento, prego." Sentire quelle parole quasi fece saltare Sakkah. "Come avete detto? Il principe di Dullstrand è qui?!" "Certo, accompagnato dalla principessa astriana in persona. Adesso le monete-" Prima che l'ometto potesse terminare la frase, Sakkah si era già voltata in direzione del centro della piazza, pronta ad avvistare da un momento all'altro il volto di Tristan tra la moltitudine.


Senza però realizzare di aver tenuto con sé il medaglione del halfling. "AL LADRO! AL LADRO! IL BASTARDO INCAPPUCCIATO" Sentì urlare dietro di lei, poco prima di intravedere nella coda dell'occhio una coppia di uomini in armatura con lance alla mano correre nella sua direzione. "Tu! Fermo!" Aveva già iniziato a farsi strada tra la folla a suon di spallate quando gli ordini delle guardie risuonarono nella piazza. Il cuore le batteva nel petto come un tamburo, non per la paura di essere catturata, ma per l'anticipazione di vedere suo fratello. Prima che se ne accorgesse però, era già fuori dal mercato e la strada davanti a sé era semivuota e sconosciuta. Altre due guardie si erano aggiunte al suo inseguimento e non c'era tempo per troppi ripensamenti.


Una volta imboccata la strada fangosa su cui squallidi edifici di legno si affacciavano, corse quanto veloce poteva, sollevando ad ogni falcata i grossi stivaloni di cuoio. "Fermati ora, marrano!" Ripetevano gli uomini armati dietro di lei. Per fortuna non erano molto veloci, e lei era abbastanza agile da cambiare all'ultimo direzione un paio di volte, per poi ritrovarsi la strada sbarrata da un muro di pietra. Maledizione. Poteva già sentire le mani delle guardie afferrarla quando trovò un appiglio nelle pietre irregolare del muro. Si era arrampicata più volte di quel che potesse ricordarsi sugli scogli e questo non era tanto più difficile. Dopo poche spinte delle gambe e qualche unghia scheggiata, Sakkah riuscì a trovarsi in cima all'edificio. "Merda! E adesso?" Riusciva a sentire le imprecazioni delle guardie sotto di lei ed era perfino tentata di affacciarsi per deriderli della loro goffaggine. Non c'era tempo.


Una volta allontanatasi dal punto in cui aveva lasciato i suoi inseguitori, Sakkah iniziò a scivolare da un tetto all'altro, guardando attentamente le persone che attraversavano le strade sottostanti. Non aveva perso la speranza di ritrovarlo, dopo tutto era lì per quello. La sua attenzione fu poi catturata da un risuonare di tamburi, pesante e lento. Si accucciò su un lato del tetto, usando il comignolo di pietra per ripararsi. Un corteo stava sfilando sotto di lei, alcune guardie a cavallo e cavalieri marciavano lentamente dietro e davanti una piccola carrozza bianca cui tende erano chiuse, impedendo di poter vedere all'interno. Tuttavia ciò che era ben visibile era lo stemma ricamato sugli stendardi che portavano i cavalieri: il leviatano nero su sfondo blu! E se gli occhi non la ingannavano quella era una carrozza d'avorio. Un uomo stava a capo del corteo. La sua bassa statura e il manto candido del destriero su cui sedeva non lasciava nessuno spazio al dubbio. "Diluc!" Il nome del vecchio amico scivolò dalle sue labbra con eccitazione. L'avrebbe riconosciuto anche con l'elmo sul capo. Se lui era qui significava che... "Tristan! Tristan!" Sakkah iniziò ad urlare a pieni polmoni. Nessuna delle guardie sembrò fare caso a lei e mentre si accingeva ad alzarsi dal suo nascondiglio un mano nerboruta afferrò con forza la sua spalla.


"E tu? Dove pensi di essere, eh? Non è posto per pezzenti questo." Sakkah si ritrovò tirata per il mantello dalla guardia dal volto brutto e nodoso. Prima che potesse reagire, il volto di Sakkah fu completamente scoperto. "Ma tu sei...Certo! Tu sei la principessa assassina, la piccola bastarda di Dullstrand." Era la fine. L'avevano scoperta e non c'era modo che potesse averla vinta contro un uomo di quasi il doppio della sua stazza. C'era solo una mossa che potesse salvarle la pelle. "Vieni qui bambina, quelle corna mi daranno una bella fortuna." Prima che potesse afferrarla un'altra volta, Sakkah scivolò dalla presa dell'uomo per poi rotolare all'infuori dal tetto. Pur non essendo un edificio alto, l'impatto con le assi di legno della struttura sottostante fu piuttosto doloroso, specialmente quando atterrò sul pavimento di pietra. "Per tutti gli dei!" Fu l'esclamazione della minuta donna che per un pelo non veniva schiacciata dal peso della giovane.


Ci vollero un paio di secondi per realizzare cosa stesse accadendo, ma alla donna bastarono ancora meno per intimare a Sakkah di alzarsi e nascondersi dietro ad un enorme pentolone cilindrico. "Forza, veloce! Non muovere un muscolo." Prima che potesse reagire, Sakkah premette la schiena dolorante contro il pentolone, cercando di trattenere i gemiti di dolore. "Adesso vengo a prenderti!" Riusciva a sentire la voce dell'omone sopra di lei. E dopo pochi secondi lo sentì abbattere la porta della casetta per poi urlare "Vecchia, dimmi dov'è andata quella sporca tiefling!" "Le sembra il modo di entrare in casa di una signora questo? Non è qui, appena è precipitata si è fiondata fuori dalla finestra." Sakkah non capiva appieno cosa stesse succedendo o perché quella donna la stesse aiutando, sapeva solo che era ancora viva e ciò le bastava al momento. "Non mentire, vecchia. Dimmi dove si nasconde o ti taglio la testa!" Sakkah riusciva a guardare la scena sporgendosi leggermente dal nascondiglio e per quanto la donna provasse a dissuaderlo, l'uomo iniziò a rivoltare i pochi mobili che componeva la stanza, continuando a imprecare dalla frustrazione. Quando poi si avvicinò pericolosamente al pentolone, fece per dargli le spalle ed urlare alla vecchia. "Ebbene se non posso avere la testa dell'assassina, avrò la tua." Un no pronunciato a metà, il suono di una lama che viene sguainata e poi il tonfo sordo del corpo massiccio dell'uomo che cade sul pavimento di legno accanto alla sua spada. Una grossa pozza di sangue si forma là dove giace. Un po' è finito anche sul volto della donna e sule mani di Sakkah che ancora tremano, ma la presa sul manico del coltello è salda. 

Origini PT 7

Un pungente odore metallico aleggiava nella cripta in cui il corpo della tiefling giaceva senza vita. Nel guardarlo Sakkah non provava niente. Nessuna rabbia, nessuna disperazione né tristezza. Non le interessava neanche di lavarsi il sangue di cui si era sporcata quando aveva stretto il corpo della madre. Avrebbe voluto esserci lei al suo posto. Dovresti esserci tu al suo posto, sibilava un voce. Non dovresti mai essere nata, diceva un'altra, finchè cento, mille sussurri si unirono. Non le interessava, sapeva che avevano ragione. "Ni kar'tayli gar darasuum". Una voce greve risuonò dietro di lei. Conosceva quella lingua, era quella con cui parlava con sua madre. Era passato tanto tempo da quando l'aveva sentita l'ultima volta. Ma chi aveva parlato? Si voltò di scatto per vedere. Un'alta sagoma sostava sotto l'arco di pietra che segnava l'entrata della cripta. Era impossibile discernere un viso nell'oscurità in cui era immersa. Prima che potesse capire chi fosse, un bruciore parve trafiggerle una tempia. 


Alcuni minuti furono necessari per realizzare quello che stesse accadendo, dove si trovasse e chi fosse quella donna dal volto rugoso che le stava asciugando la fronte. "Ben svegliata, bambina. Devi aver fatto proprio un brutto sogno." Nel provare a mettersi seduta lancinanti fitte di dolore la obbligarono a restare distesa sul sottile materasso di paglia. "Nggh...dove sono?" La piccola stanza in cui si trovava era più simile ad un riposotiglio che ad un'abitazione; polverose scaffalature di legno erano riempite di cianfrusaglie di varia origine. Libri, ciondoli, ampolle e fiale contenenti liquidi di ogni sfumatura coloravano la bizzarra stanzetta. Anche se la cosa che stupiva di più era l'enorme quantità di piante: ogni tonalità di verde immaginabile ricopriva i muri e persino il soffitto con forme, disegni e intrecci variegati.


"Non muoverti troppo, e prendi questo." Con un sorriso sdentato, la vecchia le porse una piccola tazza metallica in cui delle piccole foglie nere galleggiavano in un liquido verdastro. Il tepore del metallo al contatto delle mani era piacevole, ma non si poteva dire altrettanto dell'odore tra il pungente e il rancido. Un'evidente smorfia di disgusto doveva essersi dipinta sul volto della ragazza. "Oh su! Non fare troppi complimenti e butta giù!" L'invito concitato della donna non sembrò rassicurarla. Chissà quale veleno poteva aver mischiato alla bevanda, dopo l'ultimo incontro non poteva certo fidarsi. Rimase qualche istante a fissare con diffidenza gli enormi occhi scuri della sua ospite, sperando che tradisse una qualche scintilla di malignità. L'attesa doveva aver stufato la vecchia, che strappò la tazza dalle mani della tiefling con impazienza. "Ach, credi che ti stia avvelenando? Guarda un po' te..." Con un veloce gesto si avvicinò il contenitore alla bocca sottile e dopo aver mandato giù alcuni sorsi la sventolò davanti al naso di Sakkah. "Visto?! Adesso bevi, se vuoi stare meglio." 


La quantità di liquido era effettivamente di meno, non la stava ingannando. E poi se le avesse voluto fare del male, l'avrebbe fatto mentre era incosciente. "Ebbene, alla salute.." Sospirò subito prima di deglutire in un sorso l'intruglio disgustoso, cercando di respirare il meno possibile l'aroma. L'infuso bollente dal sapore estremamente amaro le pervase la bocca, per poi scendere dalla gola fino allo stomaco. Immediatamente il calore la rincuorò, infondendole un senso di tranquillità. Perfino il dolore martellante sul suo cranio cessò. "Allora? Non così male, no? Brava ragazza. Adesso dammi qui." Appena finì di bere, la vecchia afferrò la tazza ed inizio ad osservarne il fondo con aria concentrata. "é morto, vero? L'ho ucciso?" La donna era troppo presa da qualunque cose stesse facendo per prestarle attenzione e non rispose. "Sapete chi sono io? Per la vostra sicurezza è meglio che io non stia qui." La sua anziana sopite continuò ad ignorarla e a borbottare fra sé e sé mentre ispezionava il bicchiere. Vecchia pazza. "Dunque, io riprenderò il mio cammino. Vi ringrazio infinitamente per-" Stava per alzarsi quando la donna emise uno stridolino "Ohiohiohiohiiii! Per tutti i diavoli! Il leviatano è in un mucchio di pasticci." Nel sentire l'epiteto con cui la gente si riferiva a suo padre, Sakkah si rimise a sedere. "Il Re? Riuscite a vederlo?" Le foglie dicono molte cose mia cara, raccontano molte storie. Questa poi è particolarmente interessante." "Voi potete vedere il futuro?" 

Sakkah aveva sentito di persone che riuscivano a predire ciò che sarebbe accaduto. Le venne in mente l'uomo che diceva di poter conoscere il sesso dei bambini guardando le piante dei piedi delle donne incinte. Altri indovini potevano sapere l'esito di una guerra solo osservando il volo degli uccelli o il movimento delle onde. Non aveva mai creduto a questo genere di cose ma gli occhi della donna avevano una luce diversa, una luce che le infondeva fiducia. "Non il futuro bambina, il presente. l tuo destino è intrecciato al presente del Re. I suoi errori graveranno sulle spalle di molti." "Errori? Di cosa stai parlando?" è il motivo per cui Tristan si trova qui?" "Ah, il giovane principe." Disse con un tono grave, come se si fosse ricordata qualcosa di fondamentale. "Anche lui è è in grossi guai. In balia della tempesta su di una barchetta. Ma non temere, non è solo." Ancora una volta un nodo nello stomaco che legava inquietudine e trepidazione si strinse. "Lui è qui, non è così?" Alcuni istanti passarono prima che rispondesse. Il suo volto sembrava più segnato, invecchiato, come se appesantito dalle informazione che stava acquisendo. "Si." Pronunciò infine. Un largo sorriso segnò il volto di Sakkah nell'udire quel responso. Lo sapeva. D'istinto si alzò in piedi e i dolori sembravano essere passati quasi del tutto. "Io devo andare. Mi starà aspettando, devo trovarlo-" "Calma, ragazzina. Tu dai ascolto solo a quello che ti fa più piacere. Credimi quando ti dico che il Re naviga in acque agitate." Aveva ragione, non le interessava sentirsi dire altro oltre a quello che desiderava. Non le interessava neanche di suo padre in quel momento e la sua agitazione stava avendo la meglio su di lei. "Quindi? Basta parlare attraverso indovinelli, vecchia. Dimmi ciò che devi." Sentendo il tono prepotente della ragazza, l'anziana corrugò la fronte stizzita, il suo tono più severo e solenne. "Il Re si sta immischiando con certi Principi. Gente molto potente. Molto pericolosa. Questa unione porterà sventura a te e anche al giovane principe. Che gli dei vi aiutino. Purtroppo non so molto altro. Non succede tutti i giorni di vedere un Re tra le foglie del tè. Se vuoi il consiglio di una vecchia come me, farei di tutto per allontanarlo dal sentiero che ha intrapreso. Dopotutto non vuoi rivedere il tuo caro padre?" 

Un sorriso velato curvò la bocca della donna, i suoi occhi grandi adesso socchiusi. "Allora sapete chi sono e avuto comunque voluto aiutarmi." "Ohohoh, ma certo. Il regno vi deve molto, Principessa. So che temete per il votro futuro, ma non ce n'è bisogno. Troverete il vostro posto nel mondo. Vedo un falco ed una volpe che vi accompagnano. Buoni presagi." Queste ultime parole la confusero ancora di più, ma sentiva di poter credere nelle parole di questa donna che veniva dalla sua stessa terra, e di nuovo si sentì rassicurata come non le capitava da tempo. "Tuttavia molte cose dovranno accadere prima che ciò si avveri. Molti volti, molte battaglie dovrai affrontare, ma immagino questo lo sapessi già." Il menzionare dei volti accese qualcosa in Sakkah. Stava parlando di quei sogni, o meglio di quelle visioni. "Molti sentieri si affacceranno sul tuo avvenire, ma sappi che solo uno è quello giusto." Quelle parole riguardanti la molteplicità della vita non le erano completamente nuove. La sua infanzia era stata immersa nell'insegnamento di Erythnull e le era sempre stato detto di seguire la propria strada, semplicemente non aveva mai veramente capito a pieno ciò che significassero quelle parole. 


Leggermente zoppicante, Sakkah si incamminò verso la porticina che avrebbe portato alla stanza in cui era atterrata indecorosamente. Con suo stupore il corpo dell'uomo che aveva accoltellato non era più lì, neanche il lago di sangue che si era formato dopo avergli trafitto la gola non dipingeva più le assi di legno. Perfino il tetto sembrava essere integro, come se non vi fosse mai piombata sopra sfondandolo. "Dove...dove è finito? E il tetto..." L'indovina rivolse un sorriso sornione alla ragazza. "Non ti preoccupare, cara. E prima che mi dimentichi, tieni." La mano ossuta scavò nella tasca della sua veste e porse il coltello alla giovane. "Vi devo moltissime grazie. Vorrei avere qualcosa con cui ripagarvi." "Sciocchezze, questo è il mio ringraziamento per il tuo coraggio. La città è con te."


Il cielo sopra di lei era più plumbeo di come lo aveva lasciato, prima del suo incontro movimentato. L'ora era sempre più tarda e con il calare del sole anche le sue speranze andavano scemando. Questa città sembrava così grande e lei si sentiva così piccola, avvolta nella mantella sporca di sangue. Dopotutto la vecchia le aveva detto che lui era qui, non che l'avrebbe incontrato. I dolori che le facevano pulsare le giunture e lo sconforto la spinsero a tornare verso il porto. Si perse molte volte ma riuscì a ritrovare la piazza del mercato da cui la sua disavventura era cominciata. Come pensavo di poter semplicemente imbattermi in lui in questa dannata città? 


Il pensiero di rivedere Luc era la sua unica consolazione. La scena di quella mattina continuava a ripetersi nella sua testa. Se si concentrava riusciva a sentire le sue mani stringerle le spalle e il suono della sua voce chiamare il suo nome... "Sakkah!" Era così vivido. Estremamente vivido. "Sakkah! Sorella mia!" Il suo sguardo si alzò e le sue gambe quasi cedettero nel vederlo. Prima che potesse reagire, due braccia si strinsero attorno a lei. Finalmente era a casa. 





Origini PT 8

Muovere un singolo muscolo pareva impossibile e non solo per la forza con cui quelle braccia la tenevano, come se mollando di almeno un poco la presa il suo corpo sarebbe evaporato via. L'emozione era così forte da mandare il suo cervello in uno stato di paralisi, e gli arti con esso. Il sollievo era pari a quello del marinaio che sente il vento soffiare sulla vela dopo settimane di bonaccia. Il suo vento salvatore. "Fratello mio." Sono le uniche parole che Sakkah poteva a pronunciare con un filo di voce, incapace di processare a pieno quel che sta accadendo. "Sono qui, adesso. Sono qui." Al sentire il suono della sua voce e il suo respiro nell'orecchio, tutto si fece più concreto e le lacrime iniziarono a scorrere sul viso della ragazza. Allontanandosi per guardarla ma mai senza interrompere il contatto con lei, il giovane cinse con eccessivo vigore le braccia di Sakkah. "Sorella mia, non c'è bisogno di piangere. Siamo finalmente riuniti." Una delle sue mani si avvicinò alla sua guancia rossa per strofinare via una lacrima. Non era così che si era immaginata il loro rincontro, con lei che inzuppava la sua veste di lacrime e il naso che colava, avvolta in una mantella logora e intrisa di sangue. Ma andava bene così. Non poteva andare meglio. 


Lui era bello come sempre, con il volto leggermente velato dalla commozione e gli occhi verdi che luccicavano come smeraldi. Rimasero così, immersi nella gioia della reciproca presenza per un tempo lunghissimo. Non si dissero niente, ma entrambi sapevano quanto era stato terribile essere separati, quanto leggere adesso erano le loro spalle senza il peso della lontananza, senza che l'uno non sapesse se l'altra fosse al sicuro. Una voce tonante interruppe il perfetto silenzio che li circondava. "Altezza, restare qui troppo a lungo non è sicuro. Conviene muoversi." Nel sentire il vocione dell'uomo, Sakkah si accorse che erano stati raggiunti da almeno cinque uomini del corpo di guardia. I suoi nervi si tesero ancora una volta nel vedere il familiare disegno della mostruosa creatura marina serpentiforme che si avvolge sinuosa ad una lama rossa, finemente incastonata sul metallo scuro delle armature. L'ultima volta che era stata circondata dalle guardie del Re era il giorno in cui sua madre fu uccisa, anche se non ricordava molto di ciò che fosse successo dopo. Alcuni dei loro volti le erano conosciuti, ma non amici. Li aveva visti a corte e probabilmente si trovavano lì quando...La loro presenza la rendeva nervosa, immaginava che fossero turbati dal vederla quanto lo fosse lei. Il suo respirò si calmò quando sentì la mano di Tristan appoggiarsi tra le sue scapole. "Andiamo a parlare in un luogo più privato. Inoltre c'è qualcun altro che non vede l'ora di vederti." Le disse sorridendo dolcemente. Ricambiando, Sakkah si sistemò il cappuccio e si lasciò guidare, già sapendo di chi si trattasse. 


Intrapresero un cammino che dal vicolo in cui si trovavano portava al porto. Nelle strade più interne alla città c'era poca gente; qualche ragazzino scalzo e gruppi di pescatori camminavano in direzione della piazza. Alcuni gettavano qualche sguardo incuriosito nella loro direzione e sussurravano alla vista del giovane accompagnato dalle guardie dullstrandiane. Incrociarono perfino un piccolo gruppo di guardie cittadine, ma questa volta non aveva nulla da temere. Infine raggiunsero la carrozza d'avorio guardata da una coppia di soldati che si chinarono leggermente alla vista di Tristan. Uno di loro fece per aprire la porta e Sakkah seguì il fratello all'interno dello spazioso abitacolo, ma prima che la porta fosse chiusa alle sue spalle una voce squillante arrivò alle sue orecchie, facendola istantaneamente sorridere. "Principessa! Felice di vedervi tutta d'un pezzo! Avevo paura che la vostra testa non fosse più attaccata al collo." "Ci sono andata vicino, ma non potevo morire senza rivedervi un'ultima volta, Ser Diluc." In un solo gesto, le mani di Sakkah levarono il cappuccio dal capo e avvolse le braccia intorno all'uomo davanti a sé. La vista di quella faccia da ragazzino la portò indietro nel tempo, a quando era solo una bambina e lui interveniva sempre per salvarla quando si cacciava nei guai, il che accadeva spesso. Quando Tristan era impegnato nelle sue lezioni e nei suoi doveri da futuro sovrano, Diluc era l'unica persona nell'intero castello che si curava di lei. La difendeva quando veniva scoperta ad allenarsi con le spade dell'armeria e le aveva addirittura insegnato ad usarle, fino al punto che aveva superato il fratello, e quando quest'ultimo era di ritorno dalle sue noiose lezioni si ritrovava un'avversaria sempre più esperta di lui. Da quel poco che aveva raccontato di sé, Diluc era stato rifiutato dalla sua famiglia, veniva considerato diverso, sbagliato. Fino a quando aveva trovato il "suo posto nel mondo", come gli piaceva definirlo. Lui la capiva e lei lo ammirava, voleva anche lei un posto che fosse suo.


Una volta separati, tutti e tre si sedettero sulla panca circolare e l'aria di felicità che fino a prima le aveva fatto dimenticare della situazione in cui si trovava, adesso veniva sostituita da un silenzio pesante, colmo di preoccupazioni e angoscia. In quel momento Sakkah ricordò. Ricordò che per quanto suo fratello sembrasse felice di rivederla, lui non aveva più una madre, l'aveva ammazzata lei. Non era solo la donna che si era divertita a riversare su di lei la sua rabbia, la regina di ghiaccio odiata dal popolo e temuta da chi le stava vicino. Era anche sua madre e lei gliel'aveva strappata via. Avrebbe dovuto essere la prima a comprendere quanto stesse soffrendo. Eppure lui l'aveva aiutata, l'aveva stretta a sé. Cosa significava? La odiava nel profondo? Non c'era un modo per farsi perdonare un atto del genere, eppure qualcosa doveva fare. Il tempo trascorso in viaggio le aveva fatto realizzare che non poteva continuare a nascondersi dietro il crimine commesso, farsi schiacciare dalla sua colpa e che doveva agire per se stessa, diventare coraggiosa, ma come? Anche guardarlo in faccia adesso era difficile. Tristan avevo lo sguardo basso, gli occhi fissi sull'anello con cui non smetteva di giocherellare nervosamente; la gioia che traspariva dal suo sorriso era svanita, la commozione era scemata e lasciava spazio a quello che sembrava un'opprimente ansia. Gli occhi di lui poi si posarono su quelli gialli di Sakkah e una corda si strinse intorno al suo cuore fino a farle bruciare il petto. Il cambio repentino nell'umore di Tristan l'aveva scossa, la tensione che provava il fratello era arrivata a lei facendola tremare. Poco dopo gli occhi di lui si posarono su quelli gialli di Sakkah e una corda si strinse intorno al suo cuore fino a farle bruciare il petto. In tanti anni trascorsi insieme non ricordava una volta in cui aveva visto un'espressione così dura sul suo volto, così cupo. Forse era la luce grigia della sera, forse la serietà che gli adombrava il viso, ma le pareva più adulto dei suoi 18 anni. Poco più di un mese era trascorso dall'ultima volta in cui si erano visti, ma erano successe così tante cose. Che suo fratello non fosse più quello di una volta? Il giovane principe dagli occhi verdi come le scaglie di certi pesci e i ricci che non stavano mai al loro posto erano abbastanza da far sospirare tutte le giovani dame che arrivavano a corte. Il suo comportamento era abbastanza esuberante da far storcere il naso dei nobili più altezzosi, ma nessuno poteva negare il carisma che la sua sfacciataggine esercitava. Ora i suoi capelli erano un po' più corti dell'ultima volta e un filo di barba gli copriva le guance. Nel vederlo sembrava che qualcosa fosse cambiato in quel ragazzo così spensierato e un po' arrogante, come se fosse cresciuto nel giro di pochissimo tempo. Anche i vestiti che indossava erano più simili a quelli che indossava suo padre, austeri e scuri con lo stemma del leviatano su un lato e quello del vascello dall'altro. 


Il silenzio fu poi interrotto da una battito di mani soffocato da guanti. "Devo dire che è proprio bello rivedervi insieme. Anche se al momento siamo con la merda fino al collo. Specialmente voi, Principessa." Lo sguardo di Sakkah si posò su quello del cavaliere, che non sembrava riuscire mai ad eguagliare la serietà delle situazioni. "Per quanto mi riguarda farò ciò che è stato deciso per me. Resterò con Robin e presto sarò a Montesser. Una volta giunta lì mi costruirò una vita con le mie mani e aspetterò il giorno in cui Tristan diventerà Re. Alla fine è questo il suo destino, no? Se perdonerà il mio crimine tutti dovranno seguire il suo giudizio." Nel pronunciare il nome del fratello il suo sguardo si posò su di lui, sperando che ricambiasse, ma teneva ancora la testa bassa e lo sguardo nel vuoto, come se non volesse essere lì. "Beh, vedete Principessa, le cose potrebbero non essere così semplici-" "Semplici? Perfino in questa maledetta città sanno di quello che ho fatto! Capisco la gravità della mia posizione, voglio solo poter vivere la mia vita, poter essere libera e un giorno riunirmi a quello che rimane della mia famiglia. Stare con Tristan e mio padre e-" "Nostro padre non è qui ora." Il tono improvvisamente alto e aggressivo di Tristan gelò il sangue nelle vene della tiefling. Perfino Diluc sembrava essere stato preso alla sprovvista. "Nostro padre è lontano da Dullstrand da almeno un mese ormai. Prima di  partire disse che avrebbe fatto visita ai nostri alleati nel Sunndi e che sarebbe tornato prima della luna piena. Non abbiamo sue notizie e i nobili che avrebbero dovuto ospitarlo hanno detto che i loro affari sono stati conclusi nel giro di pochi giorni." "Cosa significa? é per caso..." Sakkah non aveva il coraggio di porre quella domanda, di formulare quell'ipotesi. Non sopportava il pensiero di perdere qualcun altro. "Significa che adesso ci sono io al posto del Re. Significa che se qualcuno scopre che anch'io sono complice della tua miracolosa fuga la mia testa farà compagnia alla tua su di una picca. E mentre sono qui molto probabilmente i Maestri hanno preso controllo del castello. Ecco cosa significa." Complice? Fu l'unica parte del discorso di Tristan che si fissò nella sua mente. "Cosa intendi dire con "complice"?" Tristan sbuffò nervosamente. "Credi che abbia fatto tutto questo da solo? Credi che Robin avrebbe dato ascolto a nostro padre se si fosse rivolto a lei?" Sakkah non capiva. Sapeva che la piratessa serbasse qualche tipo di rancore nei suoi confronti, ma non era riuscita a scoprire perché, quale fosse la natura della loro relazione. Ma capiva che quello che le era stato detto non era vero, a lui importava di lei. 


Nel vedere l'espressione persa della sorella, Tristan sembrò agitarsi ancora di più e con una mano si strofinò il volto. "Giusto, tu non sai niente di loro. Tuttavia ora non è ciò che importa. I nostri nemici sono aumentati, minacciano di prendere la nostra posizione e io gliela sto servendo su un piatto d'argento." Chiaramente turbato, il giovane non sembrava essere il grado di spiegare al meglio la situazione. Sempre più preoccupata, Sakkah rivolse lo sguardo al cavaliere davanti a sé in cerca di spiegazioni. "Vedete, Principessa, pur non essendo molto amata la Regina possedeva molti alleati. Vi ricorderete di Ser Jakob." Certo che si ricordava. Un uomo spregevole. Brutto nell'aspetto quanto nell'animo. Era la più vicina alla Regina tra le guardie, precedente protettore del padre di questa. Per anni l'aveva tormentata, e per quanto sapesse chi fosse la mandante non poteva che provare odio nei suoi confronti. "Si. Mi ricordo." "Vedete, anche dopo la morte della Regina molto precoce e poco naturale, Ser Jakob è riuscito a mantenere la sua posizione e pare stia mettendo insieme una squadra con l'obiettivo di catturarti. Con l'assenza del Re gli altri Maestri stanno facendo i loro interessi e solo gli Dei sanno cosa ci ritroveremo ad affrontare una volta tornati." La situazione era molto più grave di quel che si potesse immaginare; una cosa che sapeva di certo riguardo suo padre era che non aveva molto fiuto per le persone, aveva un talento nel circondarsi delle persone meno affidabili e leali, e sapeva anche che Jakob sarebbe stata una minaccia seria. Sakkah ascoltava in silenzio il cavaliere sforzandosi di mantenere lo sguardo sul suo e nascondere la tensione che le stava facendo quasi dolere il corpo. "La presenza di Tristan a Barrish era necessaria e io non potevo fare altro che seguirlo. I miei uomini sono fedeli e molto più numerosi di quelli di Jakob, non temere. Non siamo dei totali sprovveduti." La ragazza ricambiò il solito sorriso affabile che Diluc le rivolse, ma Tristan era ancora chiuso in sé, non le era capitato di vederlo così molte volte. 


"Per quanto mi renda felice pensarlo non credo tu sia venuto qui solo nella speranza di rivedermi, fratello." Sakkah si rivolse a lui con un tono quasi indispettito. Il suo silenzio iniziava a darle sui nervi. Il brusio che arrivava dal porto serviva solo a distrarla dalla rabbia crescente. "è così, infatti." Rispose il ragazzo seccamente dopo un lungo momento. Si aspettava che gli leggesse la mente? Ogni secondo che passava senza che le rivolgesse la parola serviva a aumentare la nausea che le si stava formando nello stomaco. "Allora? Avanti, parla. Non ho tutta la sera." Finalmente Tristan alzò la testa e con l'espressione più grave che gli avesse mai visto dipinta in volto, iniziò a raccontare.

Origini PT 9

Anno 570, Mar di Cobalto



Il cielo era particolarmente limpido quella giornata. Una coppia di gabbiani si faceva trasportare pigramente dalla brezza che spirava da est, quella che portava la frescura tipica della fine del periodo caldo. Gli occhi castani di Markham erano fissi su di loro e seguivano distrattamente il volo senza meta dei volatili. Era stranamente tranquillo in quel momento, non che fosse propenso a far prendere il sopravvento all'ansia e al timore; non erano sentimenti che si addicevano ad un pirata, specialmente se voleva diventarne il re. Nonostante l'apparenza calma e fredda come l'acqua di lago, c'erano moltissime cose a cui stava pensando, tutto ciò che sarebbe accaduto da lì a poco, tutto quello che era successo per arrivare lì dove centinaia di ambiziosi pirati erano giunti prima di lui. Non era il momento di esitare. Anche per gli uomini con cui aveva condiviso anni della sua vita e con cui era vissuto con la stessa vicinanza e la stessa intensità che si condivide con dei fratelli, era impossibile sapere con certezza a cosa stesse pensando, a quale strategia brillante stesse macchinando, su quale desiderio di gloria stesse fantasticando. L'unica cosa più spaventosa del suo ingegno era la sua imprevedibilità, la sua capacità di cavare se stesso e i suoi uomini da qualunque situazione si fossero inerpicati spesso nei modi più pericolosi. Ma perfino il suo acume era secondo solo alla sua ambizione, al suo desiderio di fama. C'era vicino a quella fama, al potere, riusciva ad assaporare il metallo battuto del trono sulla lingua. Tutti pensavano fosse stata proprio quell'ambizione sfrenata a portarli a quel punto, dopo l'abbattimento della spietata Vela Bianca e la conquista del porto di Embar, niente li ostacolava dal loro obiettivo. Un ultimo pezzo era fondamentale per completare il mosaico che li avrebbe ritratti come la ciurma di Knubek.



Il Diavolo delle Acque era conservato nella baia sicura di Niq'baa, dove l'omonimo tempio accoglieva l'arrivo del vascello con i faraglioni di roccia bianca tipiche di questa parte delle isole. Le punte di spada rocciose spuntavano dall'acqua limpida e si facevano via via più numerosi e e grossi, mettendo il timoniere sull'attenti, così che non incontrasse la stessa sorte dei vari relitti intorno a sé. Markham si trovava affacciato sulla prua e guardava la strada verso il destino che lo attendeva farsi sempre più breve. Il resto della ciurma era sotto coperta e si stava dando alla celebrazione in onore al defunto Capitano Hubbard bevendo le provviste di rum recentemente saccheggiate. Era la terza festa di questa settimana. Per un istante gli schiamazzi provenienti dalla cantina si fecero più rumorosi, e quando si voltò per guardare, vide Robyn uscire dalla porticina che portava sottocoperta avvicinarsi verso di lui lentamente. Aveva bevuto, a dimostrarlo il rossore sulle guance dato dall'alcool. "Qui tutto solo, leviatano?" Markham si sforzava di non sorridere ma il modo in cui tentava di non biascicare gli fece abbozzare l'ombra di un sorriso. "Non mi piace quel nomignolo." Disse in tono freddo. "E perché no? é la creatura più potente dei mari, il Re delle acque nato direttamente dalle viscere di Knubek." Robyn si poggiò goffamente sul parapetto di legno in cerca di sostegno e per un istante sembrò che si fosse addormentata. "Non sono il Re dei mari. Non ancora almeno. Una volta che il Diavolo sarà nostro sarò degno di essere chiamato così. E poi ti ho detto migliaia di volte di riferirti a me come "capitano"". "Ha! Sarò a nuotare con le sardine prima che ti chiami in quel modo. Non darti troppe arie, non m'inganni. Tu ed io abbiamo vissuto le stesse cose, non importa quanto ti atteggi da nobile del nord, non sarai mai come loro. Credimi, ne ho visti tanti di quelli." A quelle parole il suo sguardo adirato si posò di scatto sulla donna. "Sei il pirata che è riuscito a sconfiggere la Vela Bianca, che ha ucciso un mostro con le sue mani e ha ereditato la nave di Hubbard. Nelle tue vene scorre il sangue di Knubek, Markham. Non ti basta tutto questo?" Conosceva la risposta, ma dirla a voce alta lo metteva a disagio.



Ricominciò a guardare l'orizzonte e la brezza che aveva rinfrescato la mattinata adesso si indeboliva. Un brivido gli fece rizzare i peli sul collo. Sta volta era la donna a fissare lui. "Lo so che per te niente sarà mai abbastanza. In verità è la cosa che odio e amo di più di te." Il suo tono si fece improvvisamente serio e il rosso sulle guance svelava di più dell'effetto del rum. Era uno di quei rarissimi momenti in cui quella ragazza così dispotica mostrava un punto scoperta della sua corazza. "Mh. E dimmi, cos'altro ami di me?" In un gesto fulmineo, la mano di Markham afferrò con delicatezza il mento di Robyn e trasse il suo viso al proprio. Non si poteva esattamente definire una bellezza, ma la durezza dei tratti tipici di chi viene dalle terre oltre le montagne di Hoksorn lo  aveva catturato. La fierezza sfrontata della ragazza dai capelli corvini così simile alla sua l'aveva tenuto legato a lei. Il sottile sospiro che usciva dalle labbra semi chiuse di lei sapeva di liquore dolce e i suoi occhi spalancati tradivano un'espressione supplichevole, quasi infantile. Era bellissima, e a lui veniva da piangere. Le loro labbra si incontrarono e l'equilibrio che Robyn sembrava aver recuperato adesso la tradiva e si aggrappò all'uomo per sostenersi. Le mani di lui andarono a stringere il volto tremante della donna che dovette aprire gli occhi per un istante. Forse era l'effetto dell'alcol ma lei non si ricordava l'avesse mai baciata in quel modo. Proprio quando era riuscito a disfarsi di quel bruciore che gli stava divampando in gola e riuscì a concentrarsi sul quel bacio prima così lascivo e gradualmente più disperato, tanto da sembrare un addio, una voce stridula squillò dall'alto. La vedetta aveva avvistato il punto in cui attraccare sull'isolotto ameno.



In un solo istante tutti gli uomini della ciurma barcollarono fuori dal ponte di coperta e si avviarono rumorosamente a compiere le proprie mansioni. Quel bacio interrotto malamente lasciò un amaro nella bocca di Markham, che guardò Robyn prima staccarsi di scatto e poi allontanarsi da lui come se non fosse successo niente, subito pronta ad urlare e sbraitare comandi ai propri uomini. Anche per lui era arrivato il momento di darsi da fare e andò nella propria stanza a recuperare il necessario: indossò gli stivali più integri che possedeva e mise nel suo sacco il necessario.



Il ponte era in fermento. Gli uomini erano spinti dall'entusiasmo e dalla voce tonante di Robyn e del suo secondo, Zupp. Sapevano che finalmente le vite perse dei loro compagni e i loro sforzi sarebbero stati ricompensati, era la prima volta da molto tempo che smorfie definibili come sorrisi attraversavano i brutti volti di quei marinai. Markham però non riusciva a gioire. Non aveva mai sentito un senso di cameratismo o di appartenenza a queste persone, anche se spesso aveva dovuto dimostrare il contrario. Non era di certo un capo, qualcuno in grado di guidarli. Eppure è così che lo vedevano o almeno, questo è ciò che volevano vedere. Era fondamentale mantenere le apparenze, dissimulare. Oggi come aveva fatto tutti gli altri giorni. Quando uscì dal propria stanza fu accolto dai cenni di capo e i saluti della ciurma, e non poteva fare altro che sorridere a denti stretti. Oggi però era l'ultimo atto di quella farsa. Non avrebbe più dovuto fingere.



"è tutto pronto, capo, siamo preparati allo sbarco." Comunicò Mouron, uno dei più anziani. "Molto bene. Sarò io a guidarvi. Dì ai mozzi di portare i rampini e le sciabole. Alcuni di loro dovranno raggiungerci con le scialuppe per trasportare le scorte." Con un cenno del capo l'uomo più grande si congedò e Markham si avviò alla passerella che era stata calata sulle pietre bianche dell'isola e vide che Robyn l'aveva preceduto. "Vuoi perdere altro tempo in chiacchiere? Forza, abbiamo un trono da conquistare." La voce di Robyn scrollò via i suo pensieri e senza rispondere si incamminò verso la spiaggia di sabbia pallida che rifletteva i raggi del sole. "Avanti, uomini. Il cammino sarà periglioso e prima di accorgercene il sole sarà tramontato." Il capitano si rivolse al gruppo che disordinatamente iniziò a seguire i due capitani. 



Avevano camminato ormai da meno di un'ora nel fitto della foresta che ricopriva il monticello dell'isola quando Robyn gli rivolse finalmente la parola. Si erano separati dal gruppo che li seguiva di qualche metro e l'uomo sembrava essere vittima di qualche pensiero che lo tormentava. "Cosa pensi di fare quando saremo alla Città di Hoksorn?" Markham era così concentrato nel seguire il sentiero che fu sorpreso dal sentirsi porta quella domanda. "Farò ricostruire il vascello. Rifonderemo la flotta da capo e comanderemo, ovviamente. Non siamo qui per questo?" "Certo, ma io parlavo di qualcosa di, beh...divertente." Senza neanche voltarsi verso di lei, l'uomo ridacchiò sommessamente. "E da quando a te interessa divertirti?" Robyn gli colpì la spalla con il manico della sciabola scherzosamente. "Intendevo che dato che saremo i capi potremmo fare tutto quello che vogliamo. Potremmo razziare, bere e duellare quanto desideriamo, no?" "Saremo?" Sta Markham la guardò stranito sollevando un sopracciglio. Robyn si fermò sui suoi passi per un istante e lo guardò basita. "Hey! Non dimenticarti dell'accordo che abbiamo fatto. Abbiamo combattuto insieme e comanderemo insieme. Non è questo il momento di scherzare." "Non me ne sono dimenticato. La mia parola ha un valore." Avrebbe voluto rimangiarsi quelle parole. Una conversazione simile era l'ultima cose che poteva sopportare in questo momento. "Ma ne avrà anche quando saremo in città? Se la tua parola vale così tanto ho bisogno che tu me lo prometta." Non sapeva cosa dire. Non adesso. Non esitare adesso. Questa è la scelta giusta. Ma perché...Marciava a testa bassa e vedeva le gocce di sudore scivolare dalla fronte fino al terreno sotto li lui e borbottava sottovoce evitando di risponderle. Dopo poco Robyn perse la pazienza "Allora?! Vuoi rispondere o no?!" In uno scatto d'ira, Markham si voltò ed afferrò per le spalle la donna con veemenza. "Perché devi rendere tutto più difficile?!" Sibilò a denti stretti il capitano. Sul suo volto era dipinto un'espressione infuriata e gli occhi spalancati lo facevano sembrare un pazzo. Robyn non l'aveva mai visto in questo stato, e se non fosse stata così furente si sarebbe perfino un po' spaventata. Ma non capiva. Allontanò le mani dell'uomo dal suo corpo bruscamente e stava per chiedergli spiegazioni quando furono raggiunti dalla giovane vedetta. "Capitano! Il corvo ha avvistato un'altra strada. Proprio oltre questa radura dovrebbe trovarsi la discesa per la baia. Ci basterà farci strada tra le frasche e saremo lì in un batter d'occhio." Cercando di riprendere ancora il fiato, Markham rispose. "Tiriamo fuori i coltelli dunque." 



Ancora confusa, Robyn fece finta che niente di strano fosse successo e cominciò a farsi strada tra i rami e le liane che bloccavano la strada verso il limitare dell'altura su cui avevano camminato e con non poca difficoltà, la ciurma tranciò un percorso tra la selva e la vista che li accolse fece illuminare gli occhi di tutti quei rozzi uomini. Il luccicare dell'acqua smeraldina si rifletteva sulla scogliera color avorio opposta a quella in ci si trovavano. L'acqua era così limpida da permettere di vedere i relitti di barche più e meno grandi riposare sul fondale. Audaci rami si erano infiltrati nella roccia e qualche resiliente alberello vi era cresciuto, proiettando l'ombra delle proprie foglie sulla distesa di sabbia sottostante. L'acqua era quasi completamente circondata dalla roccia, ma vi era uno spazio grande abbastanza da permettere il passaggio dell'enorme veliero che era ancorato lì; da quello che si sapeva era l'imbarcazione più grande mai costruita. A prima vista era lunga più di 300 piedi dal ponte di poppa fino al bompresso e larga almeno 100. Era completamente fatta di ebano e le assi erano scalfite da secoli di battaglie e navigazioni. Le enormi vele che un tempo dovevano essere state candide, ora erano ingiallite e sbrindellate sui bordi. I ghirigori che decoravano i fianchi del veliero e le lunghezze dei tre altissimi alberi erano ancora tinti di cremisi, conferendo a quell'imbarcazione un che di regale ed orribile allo stesso tempo. 



L'intera ciurma rimase a bocca aperta e alcuni di loro si scambiarono commenti stupefatti. Tutti sembravano gioire, ma Markham sentiva l'ansia crescere incessante dentro di lui. Mai come prima aveva percepito il peso del proprio dovere come adesso. Non passò neanche il tempo necessario agli uomini di riprendere il fiato dalla salita, che si era già posizionato davanti a tutti e si rivolse a loro. "Ci siamo, è tempo di calarci giù dalla rupe e raggiungere la spiaggia. Quando saremo lì, ci accamperemo e all'alba salperemo. Ora forza, uomini. Siamo giunti all'obiettivo." Rumorosi versi di approvazione esplosero in risposta e il gruppo si accinse a calarsi con rampini e funi giù per la scogliera. Una arrivati alla spiaggia, tutti si sbrigarono a mollare zaini ed armi sulla sabbia per riposare finalmente le membra. Robyn si avvicinò al gigante d'ebano e non poté ignorare la sensazione opprimente che questo emanava. Non era mai stata superstiziosa come gli abitanti del sud e aveva sempre avuto un'antipatia per chi credeva in leggende e miti poco credibili. Il pensiero che un demone potesse nascondersi nella pancia di una nave la faceva ridere. Tuttavia non negava che il suo animo si era appesantito sempre di più da quando avevano messo piede sull'isola, e guardare la donna dalle lunghe corna ripiegate all'indietro che faceva da polena al veliero le metteva un certo senso di angoscia. "Un vascello degno del capitano più feroce dei mari." La voce rauca di Zupp la fece re di scatto . "Già, proprio così. Peccato che il capitano più scaltro dei mari non sia della tua stessa opinione..." "Parli del ragazzo-capitano? è da qualche giorno che si comporta in modo parecchio strano, mi chiedo cosa stia architettando. Qualunque cosa sia non può essere buona per il vecchio barbone che sta occupando il trono al momento." Gli occhi di Robyn seguivano Markham, il quale si trovava ad una decina di metri da loro, occupato a parlare con un mezz'ogre. "Non ne sarei troppo certa. Temo che quel trono lo vedremo solo da molto lontano." "Eh? Intendi dire che non ha intenzione di mantenere la sua parte di accordo, eh? Beh, non ne sono molto sorpreso. L'ambizione di quel ragazzo è molto più spaventosa di qualsiasi pesce cane, credimi. Appena arrivati a Hoksorn sarà meglio prendere il largo e riunire la squadra. Che ne dici? Sarà come agli inizi. Dopotutto credevo avessi lasciato il Nord per liberati dei titoli reali o sbaglio?" L'uomo rivolse un sorriso che somigliava più ad una smorfia alla giovane donna che non ricambiò. "Sembra un buon piano, Zupp." "Certo che lo è. Sappi che non importa quanti serpenti di mare quel ragazzo racconti di aver ucciso, io sarò dalla tua parte sempre, Robyn." Stavolta gli sorrise. Per quanto rude e vecchio potesse essere quel marinaio, aveva sempre avuto un particolare rispetto per lui e nutriva nei suoi confronti l'affetto che si nutre per un padre, quello che non aveva mai nutrito per il proprio.



Tutta la ciurma aveva la mani impegnate: c'era chi accendeva un fuoco per cucinare e chi montava la scala a pioli. Markham guardava la scena come se non si trovasse lì con loro. Il bruciore che si stava formando nella bocca del suo stomaco era sempre più intenso. Da ore ormai stava evitando perfino di incrociare lo sguardo di Robyn. Era un codardo ma non poteva fare a meno di pensare a quello che sarebbe successo a lei. No, non si meritava di preoccuparsi per lei. Sarebbe stata meglio senza di lui e le sue bugie. Nel frattempo il sole stava cercando rifugio dietro la scogliera che li sovrastava e la temperatura stava lentamente calando. Robyn aveva passato le ore precedenti impegnata a tracciare una rotta con i navigatori più esperti ed adesso stava di nuovo studiando l'inquietante mostro che li faceva sembrare dei nani e ancora un volta ridacchiò tra sé e sé nel pensare di quanto quei marinai fossero impazienti di salirvi a bordo ma troppo superstiziosi e spaventati da potersi avvicinare. Per fortuna credere nelle favole era una qualità hoksorniana che non aveva acquisito. Erano fermamente convinti che la figlia stessa del Dio dei Pirati vi vivesse dentro, ma lei percepiva che c'era qualcosa di molto più inquietante di quel veliero. Solo il modo in cui Markham fosse venuto a conoscenza di quel luogo era un mistero per tutti. Il comportamento così strano che aveva avuto fin dall'inizio di quella giornata era abbastanza da renderla sospettosa, e il fatto che la stesse ignorando da ore le faceva ribollire il sangue. 



Il sole aveva lasciato spazio ad uno spicchio di luna, quando gli uomini interruppero la costruzione della scala a pioli e iniziarono a stendere sulla sabbia i sacchi a pelo. Come loro solito, si riunirono intorno al fuoco per svuotare un'altra botte di liquore che si erano portati dal vascello prima di coricarsi. "Capitano, non è carino non unirsi ai festeggiamenti! Forza, prima che si svuoti del tutto." Uno dei mozzi invitò Markham prima che potesse rifugiarsi nella sua tenda, e non poté fare a meno di unirsi. Si sedette accanto a Pitir, uno dei più giovani, e tutti acclamarono l'arrivo del capitano. Erano ancora in vena di celebrare, nonostante non avessero dormito molto la notte precedente e la sfacchinata che era servita per arrivare fin lì. "Ancora una volta, alzo la coppa al nostro Capitano, Assassino di Mostri e Re dei Mari! Bevete tutti per il Leviatano!" Fragorosi incitamenti rimbombarono tra le strette mura di roccia e il capitano aveva un forzato sorriso dipinto in volto. Mai come in quel momento avrebbe voluto che fosse l'indomani. "Dite, Capitano, quando che saremo alla vostra corte saremmo tutti molti ricchi, vero?" Gli chiese il giovane. "Beh, ma certo. Questo sempre se sarai in grado di non sperperare tutto in donne." Fragorose risata e sconcezze di vario genere risuonarono, ed anche il giovane rise. "Donne? Macché! Una volta a Hoksorn voglio essere il primo a scalare la torre più alta del castello della città. Voglio essere conosciuto come l'arrampicatore più famoso della storia e diventare la vedetta più abile dei mari." Pitir si alzò in piedi e scimmiottò una posa eroica prima che l'effetto dell'alcool lo facesse ricadere sul sedere. Nonostante tutti ridessero di quell'ambizione, Markham lo guardò con aria seria e realizzò per la rima volta che anche chi nella ciurma aveva il ruolo più insignificante, avevi sogni ed ambizioni come lui. Alcuni raccontavano come avevano aspettato tutta la vita per quel momento, altri che avrebbero fondato la propria flotta a difesa del regno. Sentire le speranze e i desideri di gloria di quegli uomini gli diede la nausea ed immediatamente si alzò senza neppure congedarsi dai compagni per ritirarsi nella sua tenda. 



Prima che vi entrasse però, si sentì tirato per il colletto della camicia e sentì qualcosa di freddo ed affilato premergli sulla gola. "Buona sera, Robyn. Sapevo che non sei un'amante delle feste ma questo è un po' esagerato-" "Non scherzare con me. So che stai pianificando qualcosa in quella tua testaccia. Avanti, parla. E niente bugie a questo giro." La pressione della lama sul suo collo si fece leggermente più intensa e la presa con cui teneva bloccate entrambe le braccia dietro la sua schiena si era fatta più prepotente. Markham sentiva la tensione provenire dal corpo della donna premuto contro il suo, e percepiva il respiro irregolare di lei. Non gli avrebbe mai fatto del male, ma non potevi dirle la verità e neanche mentirle. "Va bene, allora. Ti dirò a cosa sto pensando." Quelle parole dovevano averla presa alla sprovvista, perché allentò subito la stretta sui suoi polsi e con un gesto veloce Markham riuscì a scivolare dalla presa, afferrarla per la mano che stringeva il pugnale e girarsi su se stesso finché non furono faccia a faccia, i loro nasi a pochi centimetri di distanza l'uno dall'altro. Prima che lei potesse insultarlo parlò. "Ti dirò tutto onestamente, ma in privato." Con un cenno del capo le indicò di entrare nella sua tenda...



Ci vollero alcune ore prima che Robin crollasse dal sonno. Markham guardava il volto addormentato di Robyn poggiato nell'incavo del suo braccio e ripensò alle parole che le aveva rivolto poco prima. "Presto ci separeremo, lo so. Il pensiero delle nostre vie che si dividono mi ha assalito solo in questi ultimi giorni. Avrei voluto comandare Hoksorn con te, davvero. Ma ormai sappiamo che dividere il trono non è possibile. Quest' ultimo anno ne è stata la prova. Ho già parlato ai miei. Chiunque vorrà seguirti, sarà libero di farlo". Era stato onesto, ma perché la verità aveva un sapore tanto amaro quanto la bugia? Lei gli aveva comunicato che avrebbe incassato la propria parte e che lei e il rimanente della sua ciurma sarebbero partiti per altre avventure, lontani dalle Coste di Zaffiro. Ma avrebbero salpato per Hoksorn il giorno dopo e avrebbero dovuto combatter un' ultima battaglia insieme, contro l'esercito dell'attuale re. "È troppo presto per dirsi addio", disse lei. Aveva avuto un tono così innocente in quel momento che a Markham mancarono le parole, e non potè fare altro che baciarla. Ogni volta si stupiva di quanto quella donna così dura diventasse malleabile sotto il suo tocco, morbida quanto la sua pelle nonostante gli sfregi del mare. Alla luce fioca della lanterna, cercava di memorizzare ogni curva, ogni rientranza e neo che componeva il suo corpo. Dopotutto era l'ultima notte di quella vita che si era costriuto, e nonostante gli sforzi, il corpo nudo di Robyn sarebbe presto diventato un ricordo vago.



Nelle ore più profonde della notte, molto prima dell'alba, Markham si alzò cautamente dal giaciglio coperto che aveva condiviso con Robyn. Si fasciò l'addome e gli avambracci con delle protezioni di pelle conciata e agganciò il fodero della sua fidata spada alla cinta. Dopo essersi vestito si incamminò verso la scialuppa con cui erano state trasportate le razioni. Remando lentamente, raggiunse la spiaggia che si trovava dal lato opposto dall'alto muro di scogli e ancora prima che scendesse dall'imbarcazione, vide un falò acceso che svelava la presenza di una cinquantina di soldati in armatura di metallo scuro. Scese dalla piccola barca e si diresse verso l'uomo più alto e possente tra loro. "Capitano Markham! Vi stavamo aspettando impazienti. I miei uomini sono pronti. Voi lo siete?" Markham guardò la piccola porzione dell'orribile viso che era possibile scrutare nella semi oscurità e rispose con determinazione. "Lo sono, Ser Jakob. È ora."